Un frammento prezioso della letteratura italiana del Novecento è stato sottratto all’oblio per diventare patrimonio collettivo. L’Istituto regionale per la Cultura istriano fiumano dalmata (IRCI) di Trieste ha annunciato l’acquisizione di un fondo di inestimabile valore culturale: quello appartenuto allo scrittore Pier Antonio Quarantotti Gambini, contenente una “chicca” di eccezionale pregio: 18 poesie di Umberto Saba, composte tra il 1928 e il 1945, che il grande poeta triestino aveva gettato nel cestino. Un gesto, quello del recupero, che oggi ci permette di entrare nel laboratorio più intimo di uno dei massimi poeti del secolo scorso.
Questa importante operazione culturale, che arricchisce in modo significativo la memoria storica e letteraria di Trieste, è stata possibile grazie all’acquisizione del fondo dalla libreria antiquaria Drogheria 28 di Simone Volpato. Per celebrare questo passaggio, la stessa libreria ha pubblicato un catalogo dal titolo evocativo, “Il cestino di Saba”, con una prefazione dello scrittore Diego Marani, che funge da scrigno e guida a questa scoperta.
La storia di un salvataggio letterario
La vicenda di queste poesie ha il sapore di un aneddoto letterario destinato a diventare leggenda. Fu lo stesso Pier Antonio Quarantotti Gambini (1910-1965), scrittore e allievo devoto di Saba, a raccontare la storia in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 22 gennaio 1965, intitolato proprio “Il cestino di Saba”. In questo scritto, Quarantotti Gambini descriveva l’abitudine del suo maestro di gettare via i versi che non lo convincevano pienamente, destinandoli a una fine ingloriosa.
Tuttavia, l’allievo, riconoscendo il valore intrinseco anche in quelle bozze e varianti, iniziò a recuperare segretamente le carte dal cestino. Un gesto compiuto con la discrezione di chi è consapevole di violare un santuario creativo, ma anche con la preveggenza di chi intuisce di avere tra le mani frammenti di genio. Saba, dal canto suo, probabilmente si accorse del “salvataggio” ma, forse lusingato da tanta ammirazione, finse di non vedere. Quelle diciotto poesie, salvate dalla distruzione, sono così confluite nel fondo di Quarantotti Gambini, per poi passare nelle mani del bibliofilo e collezionista d’arte Manlio Malabotta (1907-1975), altra figura di spicco nel panorama culturale triestino del Novecento.
Un tesoro di varianti e inediti
Il materiale acquisito dall’IRCI, e accuratamente schedato da Simone Volpato, è di un’importanza capitale per gli studi sabiani. Non si tratta di semplici scarti, ma di componimenti di notevole spessore poetico che gettano una luce nuova sul meticoloso lavoro di Saba, sulla sua continua ricerca della parola esatta, del verso perfetto. Tra le carte ritrovate figurano:
- La poesia Oreste, che ispirò l’articolo di Quarantotti Gambini del 1965.
- La rarissima bozza di Ammonizione e altre poesie (1932).
- Varianti di testi poi confluiti nella raccolta Parole (1933-34), come la celebre Squadra paesana, dedicata alla squadra di calcio della Triestina.
- Un nucleo di poesie originariamente destinate a Ultime cose, la raccolta pubblicata a Lugano con la prefazione di Gianfranco Contini.
Questi documenti rappresentano una testimonianza diretta e insostituibile del processo creativo del poeta, delle sue esitazioni, dei suoi ripensamenti, delle infinite possibilità che ogni verso porta con sé prima di trovare la sua forma definitiva. È un’immersione nel “laboratorio” di Saba, un’occasione unica per osservare da vicino la genesi di alcuni dei suoi capolavori.
Un’acquisizione dal forte valore simbolico
L’acquisizione del Fondo Quarantotti Gambini da parte dell’IRCI, avvenuta in occasione del sessantesimo anniversario della morte dello scrittore, non è solo un’operazione di tutela del patrimonio. Come ha sottolineato il presidente dell’Istituto, Franco Degrassi, questa iniziativa valorizza il profondo legame umano e intellettuale tra due figure centrali della cultura triestina e italiana del Novecento come Saba e Quarantotti Gambini. Il carteggio tra i due, pubblicato in parte nel 1965 con il titolo “Il vecchio e il giovane”, testimonia un rapporto fatto di stima reciproca, consigli letterari e affetto.
Rendere pubblico questo “cestino” significa restituire alla comunità non solo delle poesie inedite, ma la storia di un’amicizia, di una devozione e di un’eredità culturale che ora, finalmente, può essere studiata, ammirata e condivisa. Un capitolo fondamentale della storia sabiana che, grazie alla sensibilità di un allievo e alla lungimiranza delle istituzioni culturali, non è andato perduto.
