La scena politica italiana è attraversata da una nuova ondata di tensione in vista del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ufficialmente firmato il decreto di indizione della consultazione, confermando le date del 22 e 23 marzo. Una decisione che, sebbene formalmente ineccepibile, si inserisce in un clima di scontro acceso, culminato con la presentazione di un ricorso al TAR del Lazio da parte del comitato promotore della raccolta firme per il “No”.
La firma del Quirinale e le ragioni dello scontro
Nella serata di martedì, il Capo dello Stato ha apposto la sua firma sul decreto presidenziale, un atto considerato “dovuto” e non sindacabile nel merito costituzionale, trattandosi di una delibera del governo. La firma di Mattarella non è mai stata in discussione, nonostante le polemiche e le segnalazioni sui rischi di contenziosi legali. Il cuore della disputa risiede nella tempistica scelta dall’esecutivo. Il governo, guidato da Giorgia Meloni, ha applicato una lettura stringente della legge 352 del 1970, fissando il voto entro 60 giorni dall’ordinanza della Cassazione che ha ammesso i quesiti referendari presentati dai parlamentari.
Di contro, il comitato dei promotori della raccolta firme popolare, che ha già superato le 400.000 sottoscrizioni, sostiene che avrebbe dovuto prevalere la prassi costituzionale. Secondo questa interpretazione, la data avrebbe dovuto essere stabilita solo al termine dei 90 giorni concessi per la raccolta delle firme, prevista per il 30 gennaio. “Il governo ignora la Costituzione”, hanno tuonato i promotori, che vedono nella decisione una manovra per “strozzare il dibattito” e limitare la partecipazione popolare.
La battaglia si sposta nelle aule di tribunale
Prima ancora della firma di Mattarella, il “Comitato dei quindici”, guidato dal portavoce Carlo Guglielmi, aveva informato il Quirinale con una lettera, allegando il testo del ricorso depositato al TAR del Lazio. L’obiettivo è ottenere la sospensione della delibera del Consiglio dei Ministri. Una mossa che ha immediatamente provocato la reazione del fronte del “Sì”, con il comitato “Sì Separa” (promosso dalla Fondazione Einaudi) che ha annunciato di volersi opporre al ricorso.
Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, con un decreto monocratico, ha respinto la richiesta di sospensione cautelare urgente. Tuttavia, la partita non è chiusa: il TAR ha fissato l’udienza collegiale per la discussione del ricorso al prossimo 27 gennaio, accogliendo la richiesta di abbreviazione dei termini processuali data l’urgenza della questione.
Le reazioni del mondo politico
La vicenda ha, prevedibilmente, infiammato il dibattito politico. Esponenti della maggioranza, come il capogruppo di Forza Italia al Senato Maurizio Gasparri e il deputato Enrico Costa, hanno attaccato duramente i promotori del ricorso, accusandoli di voler bloccare lo stesso referendum per cui stanno raccogliendo le firme e di mirare unicamente ai rimborsi elettorali.
Dal canto suo, il fronte del “No” e le opposizioni denunciano il timore della destra di perdere la consultazione. Giovanni Bachelet, del Comitato Società civile per il no, ha affermato che “la destra teme di perdere e accelera per strozzare il dibattito”. Anche il Movimento 5 Stelle ha lanciato la sua campagna con lo slogan “vota no al referendum salva-casta”, mentre il Partito Democratico si schiera in “difesa della Costituzione e dell’equilibrio tra i poteri”.
Nel frattempo, anche il Guardasigilli Carlo Nordio è intervenuto, definendo i ricorsi “inutili da un punto di vista tecnico” e replicando ai manifesti dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) che invitano a votare “No” per evitare “giudici sottomessi”. Secondo Nordio, dietro le resistenze alla riforma si celerebbe una questione di potere.
Non solo referendum: le tensioni sulla legge elettorale
A complicare ulteriormente il quadro politico, si aggiungono le scintille all’interno della stessa maggioranza riguardo alla riforma della legge elettorale. Mentre Alberto Balboni di Fratelli d’Italia la definisce una “priorità”, il leghista Stefano Candiani aveva espresso una posizione diversa. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha glissato sull’argomento, affermando che la questione è nelle mani di Roberto Calderoli. Queste divergenze offrono il fianco alle critiche delle opposizioni, che accusano la destra di essere litigiosa e confusa.
