Un’ombra cupa si allunga sul passato recente della Corea del Sud. La procura speciale ha formalizzato una richiesta destinata a scuotere le fondamenta politiche e sociali della nazione: la pena di morte per l’ex presidente Yoon Suk-yeol. L’accusa, pesantissima, è quella di essere stato il “capo di un’insurrezione” per il suo maldestro e fallimentare tentativo di dichiarare la legge marziale nella notte del 3 dicembre 2024. Un atto che, secondo i procuratori, mirava a sovvertire l’ordine costituzionale per rimanere al potere.
La notte che ha scosso la democrazia sudcoreana
Per comprendere la gravità della richiesta, è necessario tornare a quella drammatica notte di dicembre. Con un annuncio a sorpresa trasmesso in diretta televisiva, l’allora presidente Yoon Suk-yeol proclamò la legge marziale, giustificandola con la necessità di proteggere la nazione da presunte “forze antistatali” e simpatizzanti della Corea del Nord che, a suo dire, paralizzavano l’azione del governo. La mossa, che non si vedeva nel paese dai tempi dei regimi autoritari, prevedeva la sospensione delle attività parlamentari, il divieto di attività politiche e la possibilità per l’esercito di prendere il controllo dei media.
La reazione fu immediata e compatta. Deputati dell’opposizione e dello stesso partito di Yoon si asserragliarono nell’Assemblea Nazionale, riuscendo a votare a larga maggioranza (190 voti su 300) una mozione per annullare il provvedimento. Contemporaneamente, migliaia di cittadini sfidarono il freddo e scesero in piazza per protestare. Di fronte a una resistenza così determinata, il tentativo di Yoon fallì in meno di sei ore, costringendolo a una umiliante marcia indietro.
Un processo storico e le accuse della procura
L’epilogo di quella notte ha dato il via a una rapida escalation di eventi: Yoon è diventato il primo presidente in carica ad essere arrestato nel gennaio 2025, per poi essere definitivamente rimosso dall’incarico tramite impeachment nell’aprile dello stesso anno. Il processo che ne è seguito è culminato nell’udienza fiume del 13 gennaio 2026, durata ben 11 ore, presso la Corte Distrettuale Centrale di Seul.
Durante l’udienza, il team di procuratori speciali, guidato da Cho Eun-suk, ha descritto l’ex presidente come il leader di un’insurrezione con il “chiaro obiettivo di rimanere al potere a lungo prendendo il controllo della magistratura e del parlamento”. Il procuratore speciale aggiunto Park Eok-su ha rincarato la dose, affermando che “la natura del crimine è grave, in quanto ha mobilitato risorse materiali che avrebbero dovuto essere usate solo nell’interesse della collettività nazionale”. Oltre all’accusa principale di insurrezione, Yoon deve rispondere di abuso di potere, ostruzione alla giustizia e altri gravi reati. Insieme a lui sono imputate altre sette persone, tra cui l’ex ministro della Difesa.
Il futuro di Yoon e il dibattito sulla pena di morte
La richiesta della pena di morte ha un forte valore simbolico, ma la sua applicazione è altamente improbabile. In Corea del Sud, infatti, vige una moratoria di fatto sulle esecuzioni capitali dal 1997, pur essendo la pena ancora prevista dal codice penale. È più realistico che, in caso di condanna, Yoon possa affrontare una pena all’ergastolo. Se condannato per insurrezione, diventerebbe il terzo ex presidente sudcoreano a subire una simile sentenza, dopo i due leader militari legati al colpo di Stato del 1979.
La difesa di Yoon ha tentato di dipingerlo come una vittima, paragonandolo a figure storiche perseguitate come Galileo Galilei, sostenendo che abbia agito per proteggere il paese dall’ostruzionismo dell’opposizione. Tuttavia, la procura ha sottolineato la totale assenza di pentimento da parte dell’imputato. La sentenza definitiva è attesa per l’inizio di febbraio 2026 e terrà con il fiato sospeso non solo la Corea del Sud, ma l’intera comunità internazionale, che osserva con attenzione gli sviluppi di una vicenda che ha messo a dura prova la solidità di una delle democrazie più vibranti dell’Asia.
