TEHERAN – In un clima di crescente tensione che attanaglia l’Iran da quasi due settimane, la Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha pronunciato un duro discorso alla nazione, trasmesso in diretta dalla televisione di stato. Con parole inequivocabili, ha affermato che la Repubblica Islamica “non cederà di fronte ai sabotatori”, etichettando così le migliaia di cittadini scesi in piazza in oltre 270 località del paese. Questo intervento segna la prima presa di posizione pubblica di Khamenei dall’inizio delle attuali manifestazioni, le più estese e significative degli ultimi tre anni.

Le radici della protesta: da crisi economica a dissenso politico

Le proteste sono divampate a partire dal 28 dicembre 2025, inizialmente come reazione alla grave crisi economica che affligge il paese. L’inflazione galoppante, che ha superato il 40%, la drastica svalutazione del rial – che ha perso metà del suo valore rispetto al dollaro nell’ultimo anno – e la cattiva gestione dei servizi essenziali hanno spinto i commercianti del Gran Bazar di Teheran a scioperare, chiudendo i loro negozi. Ben presto, però, il malcontento economico si è trasformato in una più ampia contestazione politica contro il regime teocratico. Nelle strade e nelle università di tutto il paese, gli slogan si sono rivolti direttamente contro la leadership, con cori come “morte al dittatore” e invocazioni alla caduta della Repubblica Islamica.

La partecipazione alle manifestazioni è eterogenea, coinvolgendo studenti, giovani, ma anche persone più anziane, uomini e donne, uniti dalla richiesta di diritti, dignità e libertà. In alcuni cortei sono comparsi anche slogan a favore della dinastia Pahlavi, a testimonianza di una frattura profonda con l’attuale sistema di potere.

La risposta del regime: repressione e blackout informativo

La reazione delle autorità iraniane è stata immediata e brutale. Le forze di sicurezza, inclusi i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) e le forze speciali di polizia, sono state dispiegate per reprimere le manifestazioni. Organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato un uso illegale e letale della forza, con l’impiego di armi da fuoco, gas lacrimogeni e pestaggi contro manifestanti in gran parte pacifici. Il bilancio delle vittime è drammatico: si contano decine di morti, tra cui anche minorenni, e centinaia di feriti e arrestati. Le province del Lorestan e di Ilam, abitate da minoranze etniche, sono state teatro della repressione più violenta.

Parallelamente alla violenza fisica, il regime ha messo in atto una repressione digitale. Per limitare le comunicazioni tra i manifestanti e impedire la diffusione di immagini e video delle violenze, le autorità hanno imposto un blackout quasi totale di internet, un’arma di censura già utilizzata in passato durante le ondate di dissenso del 2009, 2019 e 2022. Questa mossa ha di fatto isolato l’Iran dal resto del mondo, rendendo difficile ottenere informazioni precise e verificate sulla reale portata degli eventi.

Il discorso di Khamenei: un messaggio di sfida e accuse all’esterno

Nel suo discorso, l’Ayatollah Khamenei ha liquidato i manifestanti come “vandali” e “sabotatori”, accusandoli di agire per compiacere il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. “Tutti dovrebbero sapere che la Repubblica Islamica è salita al potere con il sangue di centinaia di migliaia di persone onorevoli e non cederà”, ha dichiarato, sottolineando la determinazione del regime a non fare passi indietro. La Guida Suprema ha inoltre attaccato direttamente Trump, affermando che “verrà abbattuto” come altri “tiranni” della storia e accusandolo di avere “le mani sporche del sangue degli iraniani”, con un riferimento alla guerra di 12 giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025.

Questa narrazione, che attribuisce le proteste a un complotto straniero, è stata ripresa da altre alte cariche dello stato, che hanno promesso una repressione “dura” e “senza alcuna clemenza”. Il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha ordinato ai procuratori di agire “senza pietà” contro i dimostranti, mentre il procuratore di Teheran ha minacciato la pena di morte per chi commette atti di sabotaggio.

Le reazioni internazionali e il ruolo degli Stati Uniti

La crisi iraniana ha suscitato forti reazioni a livello internazionale. Il presidente statunitense Donald Trump ha più volte espresso il suo sostegno ai manifestanti, minacciando Teheran di un intervento qualora le autorità avessero continuato a usare la forza letale. “È meglio che non iniziate a sparare, perché anche noi inizieremo a sparare”, ha avvertito Trump, pur precisando che non ci sarebbero state truppe americane sul terreno. Queste dichiarazioni hanno fornito a Khamenei il pretesto per rafforzare la sua tesi dell’ingerenza esterna.

Anche l’Unione Europea ha espresso preoccupazione per il crescente numero di vittime e ha condannato la violenza contro i manifestanti pacifici, mentre il governo britannico ha esortato Teheran a “esercitare moderazione”. La situazione resta estremamente volatile, con un regime che appare sempre più isolato ma determinato a reprimere il dissenso con ogni mezzo, e una popolazione che, nonostante i rischi, continua a chiedere un cambiamento radicale.

Di atlante

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