TRIESTE – Una questione di “due pesi e due misure” che scuote le coscienze e riapre un dibattito cruciale sulla tutela dei minori nell’era digitale. È questa la dura accusa lanciata dal teologo Mons. Ettore Malnati, figura nota per il suo impegno nella riflessione etica sui media, che ha messo a confronto la vicenda della cosiddetta “famiglia del bosco” con il fenomeno dilagante dello sharenting da parte di “imprenditori digitali”. Una denuncia forte, condivisa e sostenuta da Andrea Bulgarelli, giornalista, comunicatore e coordinatore della “Carta di Trieste”, che pone interrogativi scomodi sull’equità e la coerenza degli interventi a protezione dei più piccoli.

Il caso della “famiglia del bosco”: una scelta di vita sotto accusa

Per comprendere appieno la portata della polemica, è necessario fare un passo indietro e analizzare il caso che ha innescato la riflessione di Mons. Malnati. La “famiglia del bosco” è una coppia che aveva scelto di vivere in modo appartato, in un contesto rurale e a stretto contatto con la natura, crescendo i propri figli lontano dalla frenesia della società dei consumi. Questa scelta di vita, definita da Malnati “tranquilla, non urlata ma semplice e dignitosa”, è stata però interrotta bruscamente dall’intervento delle autorità, che hanno disposto l’allontanamento dei bambini e il loro collocamento in una comunità. Una decisione che, secondo il teologo, ha “violato” l’equilibrio familiare proprio durante il periodo natalizio, lasciando un “segno indelebile”.

La vicenda ha sollevato un ampio dibattito pubblico, dividendo l’opinione tra chi sosteneva il diritto dei genitori a educare i figli secondo i propri principi e chi, invece, riteneva preminente il diritto dei minori a un’integrazione sociale e a un percorso educativo tradizionale. Al di là delle specifiche motivazioni legali che hanno portato all’allontanamento, è la “durezza e la severità” dell’intervento che Malnati pone al centro della sua critica.

L’altra faccia della medaglia: i baby influencer e lo sharenting

Il teologo contrappone la fermezza istituzionale mostrata verso la “famiglia del bosco” con quello che percepisce come un sostanziale lassismo nei confronti di un fenomeno opposto ma, a suo avviso, altrettanto se non più preoccupante: l’esposizione mediatica dei minori da parte di genitori influencer. “Nulla è stato fatto”, denuncia Malnati, nei confronti di “imprenditrici e imprenditori digitali che nella loro quotidianità sui social network proponevano filmati con i propri figli minorenni riconoscibili”.

Il riferimento è a una pratica sempre più diffusa, spesso definita con il neologismo “sharenting” (dall’unione di “share”, condividere, e “parenting”, genitorialità). Si tratta della condivisione costante di immagini, video e dettagli della vita privata dei figli, trasformati di fatto in contenuti per alimentare profili social con milioni di follower. Mons. Malnati descrive scene di bambini intenti a scartare regali in “attici da favola”, all’interno di narrazioni digitali dove “la ricchezza veniva ampiamente ostentata”. L’obiettivo, secondo la sua analisi, è “insegnare e imporre uno stile di vita sopra le righe e spesso privo di valori”, sfruttando la riconoscibilità dei minori per fini commerciali e di engagement.

Questa pratica, come evidenziato da diversi studi e dall’allarme lanciato da psicologi e pediatri, solleva numerose criticità: dalla violazione del diritto all’immagine e alla privacy del minore, che non può prestare un consenso informato, ai rischi legati alla sovraesposizione online, come il cyberbullismo o l’adescamento. In Italia, pur non esistendo una legge specifica sullo sharenting, si fa riferimento alle norme generali sulla tutela della privacy e sui doveri di protezione dei genitori. Tuttavia, sono diverse le proposte di legge in discussione per regolamentare più chiaramente il fenomeno dei “baby influencer”.

La Carta di Trieste e l’appello a una maggiore coerenza

Nel suo intervento, Mons. Malnati richiama esplicitamente la Carta di Trieste, un documento da lui promosso che affronta anche le implicazioni etiche dell’uso dell’Intelligenza Artificiale e delle nuove tecnologie. Questo riferimento non è casuale: la Carta si fonda sul principio della tutela della dignità umana e dei diritti fondamentali, principi che, secondo Malnati e Bulgarelli, vengono applicati in modo diseguale.

La denuncia, quindi, non è solo un’accusa di incoerenza, ma un appello a una riflessione più profonda sul significato di “tutela del minore” nella società contemporanea. Se da un lato si interviene con fermezza su modelli di vita non convenzionali, dall’altro si tollera, e spesso si incentiva, una mercificazione dell’infanzia che avviene sotto gli occhi di tutti, sulle piattaforme digitali. “Due pesi e due misure”, ribadisce Malnati, che evidenziano una contraddizione culturale e giuridica. La famiglia che sceglie la “stabilità nel rispetto della natura” viene sanzionata, mentre quella che abbraccia “l’effimero dell’ostentazione” non sembra subire alcun controllo.

La questione sollevata da Mons. Malnati e Andrea Bulgarelli va oltre i singoli casi e interpella le istituzioni, i legislatori e la società civile. Richiede una vigilanza più attenta sulle attività commerciali mascherate che coinvolgono i minori e un dibattito serio su dove finisce il diritto di un genitore di condividere la propria vita e dove inizia il diritto di un bambino a un’infanzia protetta e non commercializzata. Un equilibrio delicato, la cui ricerca è diventata una delle sfide più urgenti del nostro tempo.

Di veritas

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