ROMA – La contesa sulla riforma della giustizia entra in una fase cruciale. Il Ministro Carlo Nordio ha rotto gli indugi, annunciando in un’intervista al Corriere della Sera che il referendum confermativo si terrà “presumibilmente nella seconda metà di marzo”. Una dichiarazione che definisce i tempi di uno degli appuntamenti politici più sentiti e divisivi del panorama italiano, destinato a ridisegnare l’assetto della magistratura.
La data del voto e la strategia del Governo
La scelta di collocare il referendum a marzo non è casuale. Il Guardasigilli si è detto convinto che una campagna informativa capillare possa portare a un esito positivo per il “Sì”: “Siamo convinti che più informiamo gli elettori su contenuto e importanza di questa riforma, più li porteremo alle urne, e con risultati positivi”. L’obiettivo del governo è chiaro: illustrare ai cittadini i pilastri di una riforma che, nelle parole del ministro, non è “punitiva” né intende “stravolgere la Costituzione”, ma rappresenta la “logica conseguenza del processo penale voluto da Vassalli”. Si tratterà di un referendum costituzionale confermativo, per il quale non è previsto un quorum di validità: l’esito sarà determinato dalla maggioranza dei voti espressi.
Il quesito su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi è stato ammesso dalla Corte di Cassazione e recita: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?». La legge di revisione costituzionale non ha infatti ottenuto in Parlamento la maggioranza qualificata dei due terzi, rendendo necessaria la consultazione popolare.
Lo scontro frontale con l’Associazione Nazionale Magistrati
Il cuore delle dichiarazioni di Nordio riguarda però il muro contro muro con l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM). Il ministro non usa mezzi termini e accusa apertamente le toghe di sottrarsi al confronto diretto. “È l’Anm che ha detto no”, ha affermato con decisione, ricostruendo i tentativi falliti di organizzare un dibattito “uno a uno”. Secondo Nordio, i rifiuti sono arrivati in sequenza dal presidente Parodi, dal segretario Maruotti e da altri esponenti dell’associazione.
La motivazione iniziale dell’ANM, secondo il Guardasigilli, era quella di non voler “buttarla in politica”. Una giustificazione che Nordio definisce contraddittoria, dato che l’ANM ha poi partecipato a dibattiti con altri esponenti politici. La nuova linea dell’associazione sarebbe quella di accettare confronti con politici, ma non con membri del governo. “Se non vengono vuol dire che hanno paura del confronto con me”, è la sferzante conclusione del ministro.
Nordio rincara la dose, sottolineando come l’ANM abbia costituito un “comitato per il No”, un’azione che di per sé costituisce “un atto politico”. Il rifiuto di un dibattito pubblico con il Ministro della Giustizia, a suo dire, sarebbe un segnale di debolezza e timore. Da parte sua, la disponibilità è totale: “Sono pronto, anche domani”.
Un libro per rispondere al Parlamento
Un’altra novità emersa dall’intervista è l’imminente pubblicazione di un libro a firma dello stesso Nordio, dedicato proprio ai temi del referendum. Il volume, spiega il ministro, servirà a rispondere “a tutte le obiezioni che mi sono state fatte in Parlamento sulla riforma e alle quali non ho replicato”.
A chi lo accusa di sminuire il ruolo delle aule parlamentari preferendo un libro, Nordio replica che una risposta in quella sede avrebbe riaperto un dibattito infinito, ritardando l’approvazione della legge. Un ritardo che, secondo il ministro, avrebbe avuto conseguenze concrete, come l’impossibilità di approvare l’altra grande riforma sul premierato e l’elezione del nuovo CSM con le vecchie regole, perpetuando così il “sistema correntizio”.
Le idee contenute nella riforma, come la separazione delle carriere, il sorteggio per il CSM e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, non sono nuove per Nordio, che le ha sostenute in diverse pubblicazioni fin dal 1997.
I punti cardine della riforma
Al centro del dibattito e del futuro referendum vi sono modifiche strutturali all’ordinamento giudiziario. I punti principali includono:
- La separazione delle carriere: La riforma mira a creare due percorsi distinti e separati per i magistrati con funzioni giudicanti (i giudici) e quelli con funzioni requirenti (i pubblici ministeri). L’obiettivo è garantire una maggiore terzietà del giudice, che non avrà più avuto contatti di carriera con l’accusa.
- Due Consigli Superiori della Magistratura: Invece di un unico CSM, la riforma prevede l’istituzione di un Consiglio Superiore della Magistratura giudicante e uno requirente, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.
- L’Alta Corte Disciplinare: Viene istituita una nuova corte con il compito di giudicare le infrazioni disciplinari dei magistrati, sottraendo questa funzione al CSM.
L’ANM e altre voci critiche sostengono che questa riforma mini l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, indebolendo il potere giudiziario e mettendolo sotto il controllo dell’esecutivo. Il governo, al contrario, la presenta come un passo necessario per rendere la giustizia più efficiente, imparziale e in linea con un sistema processuale autenticamente accusatorio.
