REGGIO EMILIA – Un silenzio lungo ottantuno anni, rotto da una voce che riporta l’eco di una notte di terrore, neve e sangue. È la voce di Adalgisa Gambarelli, oggi novantaquattrenne, testimone diretta di uno dei capitoli più dolorosi della Resistenza reggiana: l’eccidio di Fellegara. Il 3 gennaio 1945, a soli tredici anni, Adalgisa vide un commando della Brigata Nera fascista prelevare suo fratello Nemo “Italo” Gambarelli, di vent’anni, insieme ad altri tre giovani del paese. Quei ragazzi non fecero più ritorno. Oggi, la sua testimonianza inedita, raccolta di recente, diventerà memoria collettiva: un estratto audio sarà trasmesso durante la commemorazione ufficiale a Fellegara di Scandiano, un momento di altissimo valore storico e culturale inserito nella rassegna “Generazioni (R)esistenti”.

Quella notte di neve e terrore

“Io da camera mia sentivo quando picchiavano i portoni delle case vicine con il calcio del fucile. La gente andava ad aprire, e loro si facevano indicare le case dei giovani. Era una nottata tremenda, nevicava tantissimo”. Le parole di Adalgisa, affidate a un registratore, dipingono un quadro vivido e agghiacciante. Il suono sordo dei calci dei fucili sulle porte, il freddo pungente di un inverno di guerra, la paura che si propaga casa per casa nel piccolo borgo vicino al torrente Tresinaro. Adalgisa, per sfuggire al sovraffollamento dell’unica camera di casa dove viveva con altre sei persone, dormiva da una zia vedova. Un ricordo intimo che si intreccia con la tragedia: “Diceva sempre il rosario, e almeno così aveva qualcuno che rispondeva ‘ora pro nobis'”.

I fascisti cercavano i giovani. E li trovarono. Oltre a suo fratello Nemo, vennero catturati Renato Nironi (22 anni, “Ida”), Roberto Colli (23 anni, “Riva”) e Mario Montanari (25 anni, “Nero”). Tutti legati alla 76/a brigata SAP (Squadre di Azione Patriottica), cuore pulsante della Resistenza locale. Nemo era un militare di leva in licenza, dispensato temporaneamente per aiutare la madre. “Alla fine della licenza sarebbe andato in montagna col fratello Amedeo”, racconta la sorella, svelando il destino che la violenza fascista gli ha negato.

Dalla tortura all’esecuzione: la fine della speranza

Dopo il sequestro, i quattro giovani vennero condotti nella bottega del paese. Lì, furono torturati. La comunità, rinchiusa nelle proprie case, poteva solo immaginare l’orrore. Poi, il suono degli spari. “Quando sono andati via ho sentito che sparavano: sembrava che lo facessero per impaurire la gente”, ricorda Adalgisa. Un’ultima, flebile speranza, destinata a spegnersi all’alba. La verità, brutale, si manifestò poco dopo, vicino al ponte sul Tresinaro, luogo simbolo della frazione. “Per arrivare alla villa del padrone si passava dal ponte, e lì li hanno visti: erano già per terra, morti”. L’eccidio era stato compiuto, una rappresaglia scatenata, secondo le ricostruzioni storiche, da un’azione partigiana avvenuta giorni prima.

Il commando della Brigata Nera era guidato dal tenente Emilio Carlotto, figura nota per la sua ferocia, che dopo la guerra fu processato e condannato, ma vide la sua pena ridotta per effetto di amnistie.

“Generazioni (R)esistenti”: La memoria come atto culturale

La diffusione della testimonianza di Adalgisa Gambarelli non è un semplice atto commemorativo, ma un’operazione culturale di profondo significato, promossa dal Comune di Scandiano all’interno della rassegna “Generazioni (R)esistenti – memoria, diritti, partecipazione”. Questo progetto, che si estende per diversi mesi, mira a consolidare il passaggio del testimone della memoria, utilizzando linguaggi diversi per raggiungere soprattutto le nuove generazioni. L’audio con la voce di Adalgisa sarà trasmesso pochi minuti prima del “Ballo del Partigiano”, un momento simbolico che unisce il ricordo del sacrificio alla celebrazione della vita e della libertà riconquistata.

L’iniziativa si inserisce in un percorso più ampio che negli anni ha visto celebrazioni innovative, come quella dedicata a Roberto Colli, una delle vittime, che era anche un talentuoso cantante, le cui canzoni originali sono state fatte risuonare e accompagnate da performance di danza. La memoria, dunque, non è solo ricordo statico di un cippo commemorativo, ma diventa narrazione viva, suono, musica e testimonianza diretta, capace di parlare al presente e di educare al futuro.

Di veritas

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