Tel Aviv – In una mossa che ha scatenato un’ondata di preoccupazione a livello globale, il governo israeliano ha ufficialmente confermato il divieto di operare nella Striscia di Gaza per 37 importanti organizzazioni non governative (ONG) internazionali. La decisione, annunciata dal Ministero israeliano per gli Affari della Diaspora e la Lotta all’Antisemitismo, è motivata dalla presunta mancata adesione di queste organizzazioni a nuove e più stringenti normative in materia di sicurezza e trasparenza. In particolare, le autorità israeliane accusano le ONG di non aver fornito gli elenchi completi dei loro dipendenti, una richiesta finalizzata, secondo Israele, a prevenire l’infiltrazione di operativi di gruppi terroristici nelle strutture umanitarie.

Le nuove regole e le ragioni del divieto

Le nuove normative, introdotte nel marzo 2025, impongono alle organizzazioni umanitarie di presentare una documentazione dettagliata sulle loro attività, incluse informazioni complete sul personale straniero e palestinese, fonti di finanziamento e strutture organizzative. Il governo israeliano sostiene che tali misure siano “un requisito fondamentale per prevenire l’infiltrazione di terroristi nelle strutture umanitarie”. Il Ministero degli Affari della Diaspora ha dichiarato che “alle organizzazioni che non hanno rispettato gli standard richiesti di sicurezza e trasparenza verrà sospesa la licenza”. La scadenza per la conformità, inizialmente fissata per settembre 2025, era stata prorogata al 31 dicembre, ma 37 organizzazioni non avrebbero adempiuto ai requisiti. Ora avranno tempo fino al 1° marzo 2026 per cessare le loro operazioni.

Israele ha citato casi specifici per giustificare la sua posizione, menzionando il coinvolgimento di dipendenti di Medici Senza Frontiere (MSF) in attività terroristiche. Secondo le autorità israeliane, un operativo della Jihad Islamica impiegato da MSF è stato ucciso in combattimento e un altro dipendente della stessa ONG prestava servizio come cecchino per Hamas. Queste accuse sono state respinte da MSF, che ha affermato di non impiegare mai consapevolmente persone coinvolte in attività militari.

Le ONG colpite e l’impatto sulla crisi umanitaria

L’elenco delle organizzazioni colpite include nomi di primo piano nel settore umanitario, che da decenni forniscono aiuti essenziali alla popolazione di Gaza. Tra queste figurano diverse sezioni nazionali di Medici Senza Frontiere (Belgio, Francia, Olanda, Spagna), Oxfam, Save the Children, ActionAid, CARE International, il Norwegian Refugee Council e l’International Rescue Committee. Queste organizzazioni sono l’ossatura della risposta sanitaria e umanitaria in un territorio dove il sistema sanitario pubblico è in gran parte collassato. Forniscono servizi vitali come cure mediche d’emergenza, distribuzione di cibo, protezione dell’infanzia e supporto ai rifugiati e alle persone con disabilità.

La sospensione delle loro attività minaccia di aggravare una situazione umanitaria già disastrosa. Le Nazioni Unite e le stesse ONG hanno avvertito che il divieto potrebbe paralizzare gli sforzi di soccorso, mettendo a serio rischio la vita dei civili, in particolare bambini e pazienti. Molte di queste organizzazioni gestiscono cliniche, supportano ospedali e forniscono rifugi a circa 1,3 milioni di palestinesi le cui case sono state distrutte. Shaina Low, del Norwegian Refugee Council, ha sottolineato come l’esperienza di queste organizzazioni non possa essere facilmente sostituita. Milioni di dollari in aiuti, tra cui cibo, medicinali e materiali per rifugi, sono già bloccati nei magazzini in Egitto e Giordania a causa delle restrizioni israeliane.

Le reazioni della comunità internazionale e delle ONG

La decisione israeliana ha suscitato una ferma condanna da parte della comunità internazionale e delle organizzazioni per i diritti umani. Diversi paesi, tra cui Regno Unito, Francia e Canada, hanno chiesto a Israele di ritirare il provvedimento. Le ONG coinvolte hanno descritto le nuove normative come arbitrarie, onerose e potenzialmente pericolose per il loro staff, sostenendo che la richiesta di condividere elenchi completi del personale violi il diritto internazionale umanitario. Molte organizzazioni temono che fornire dati sensibili sulle loro famiglie e sul loro staff possa esporli a molestie e detenzioni.

Diciannove gruppi israeliani per i diritti umani, tra cui Adalah e B’Tselem, hanno condannato la decisione del governo, affermando che questa “mina l’azione umanitaria basata sui principi, mette in pericolo il personale e le comunità e compromette un’efficace fornitura di aiuti”. Amnesty International ha parlato di “una deliberata escalation del genocidio”. Le organizzazioni umanitarie sostengono che queste regole facciano parte di una più ampia repressione dello spazio umanitario e civico, volta a limitare l’accesso, compromettere la sicurezza del personale e minare i principi fondamentali di neutralità e imparzialità.

Da parte sua, Israele minimizza l’impatto della decisione, sostenendo che le ONG sospese contribuiscano a meno dell’1% degli aiuti totali che entrano a Gaza e che l’assistenza continuerà attraverso le organizzazioni regolarmente autorizzate. Tuttavia, questa affermazione è contestata dagli operatori sul campo e dagli osservatori indipendenti, che sottolineano il ruolo cruciale svolto proprio da queste organizzazioni.

Di atlante

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