L’Iran sta attraversando giorni di alta tensione, con piazze e università che sono tornate a essere il cuore pulsante di un malcontento profondo e radicato. Da Teheran a Isfahan, passando per Shiraz e Kermanshah, un’ondata di proteste sta scuotendo il Paese, unendo le voci di studenti, commercianti e cittadini comuni contro il deterioramento di una situazione economica divenuta insostenibile. Al centro della rabbia popolare vi è una crisi che morde la vita quotidiana: un’inflazione che secondo alcuni dati ufficiali ha superato il 50% e la svalutazione verticale del rial, la moneta locale, che ha toccato minimi storici rispetto al dollaro.
Il Cuore Economico della Protesta
La scintilla che ha riacceso la protesta è partita ancora una volta dal cuore economico del Paese: il Gran Bazar di Teheran. Per giorni, i commercianti hanno abbassato le saracinesche, in uno sciopero che è diventato il simbolo della disperazione di una categoria cruciale per la stabilità sociale ed economica iraniana. La loro protesta è contro l’impossibilità di operare in un mercato strangolato da diversi fattori:
- Crollo del Rial: La valuta nazionale ha subito una perdita di valore drammatica. Sul mercato libero, il dollaro statunitense è arrivato a essere scambiato a circa 1.430.000 rial, un aumento vertiginoso che polverizza i risparmi e rende proibitive le importazioni.
- Inflazione Galoppante: I dati ufficiali più recenti indicano un tasso di inflazione annuo che si attesta tra il 42% e il 48%, con picchi superiori per i beni alimentari, che hanno visto aumenti di oltre il 60% nell’ultimo anno. Questo si traduce in un carovita che mette a dura prova i bilanci delle famiglie.
- Perdita del Potere d’Acquisto: Il combinato disposto di svalutazione e inflazione ha eroso in maniera drammatica il potere d’acquisto dei cittadini, con una parte crescente della popolazione che vive a ridosso della soglia di povertà.
La crisi ha radici complesse e profonde, che intrecciano cause interne ed esterne. Da un lato, le pesanti sanzioni internazionali, in particolare quelle statunitensi, limitano severamente le esportazioni di petrolio e l’accesso ai mercati finanziari globali. Dall’altro, pesano la cattiva gestione governativa, la corruzione e problemi strutturali come la carenza di energia e acqua, che costringono a razionamenti e interrompono le attività economiche. La pressione è tale che, nei giorni scorsi, il governatore della Banca Centrale, Mohammad Reza Farzin, ha rassegnato le dimissioni, un segnale della crescente difficoltà anche ai vertici istituzionali.
Dalla Crisi Economica alla Contestazione Politica
Se la miccia è economica, l’incendio che divampa nelle strade assume rapidamente contorni politici. Le manifestazioni, inizialmente concentrate sulle difficoltà economiche, hanno visto gli slogan trasformarsi in una più ampia contestazione contro il sistema. Cori come “Morte al dittatore” e appelli diretti contro la leadership del Paese riecheggiano le proteste del 2022, scatenate dalla morte di Mahsa Jina Amini. Questo dimostra come il malessere economico si saldi a una richiesta più profonda di libertà e cambiamento politico.
Le università più prestigiose del Paese sono diventate epicentri della mobilitazione giovanile, con gli studenti che si uniscono ai cortei, sfidando la dura risposta delle forze di sicurezza. Testimoni e video diffusi sui social media mostrano scene di tensione, con la polizia anti-sommossa che utilizza gas lacrimogeni per disperdere la folla. Un’immagine in particolare, quella di un manifestante solitario seduto a terra di fronte all’avanzata della polizia, è diventata virale, evocando in alcuni un parallelismo con il “momento Tienanmen” e simboleggiando una sfida aperta al potere.
La Risposta del Governo: Dialogo o Repressione?
Di fronte a una protesta così estesa, il governo del presidente Massoud Pezeshkian, in carica dal 2024, sta tentando di percorrere una strada difficile, in equilibrio tra apertura e fermezza. Pezeshkian ha pubblicamente riconosciuto la legittimità delle richieste dei manifestanti, invitando al dialogo. “Ho chiesto al Ministro degli Interni di ascoltare le legittime richieste dei manifestanti e di avviare con loro un dialogo”, ha dichiarato, promettendo riforme al sistema monetario e bancario per preservare il potere d’acquisto della popolazione.
Tuttavia, il presidente si trova di fronte a un dilemma. Da un lato, deve rispondere alla rabbia della gente e in particolare a quella dei “bazaari”, la classe dei commercianti che ebbe un ruolo fondamentale nella Rivoluzione Islamica del 1979. Dall’altro, deve mantenere l’ordine pubblico, mentre nelle strade la presenza delle forze di sicurezza si fa sempre più massiccia. La sfida per Pezeshkian è dimostrare che il dialogo offerto non è solo una tattica per placare gli animi, ma l’inizio di un percorso di riforme concrete, in un contesto internazionale che rimane estremamente complesso e ostile.
