Gerusalemme – La tensione tra Israele e la comunità umanitaria internazionale ha raggiunto un nuovo punto critico. Il Ministero della Diaspora israeliano ha confermato che, a partire dal 1° gennaio 2026, revocherà le licenze operative a 37 Organizzazioni Non Governative (ONG) attive nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. La decisione, drastica e dalle conseguenze potenzialmente devastanti, colpisce le organizzazioni che non hanno aderito alla richiesta di fornire elenchi dettagliati del proprio personale palestinese per controlli volti a escludere legami con il terrorismo.

Le ONG interessate, che secondo le autorità israeliane rappresentano circa il 15% del totale di quelle attive nell’area, dovranno cessare completamente ogni attività entro il 1° marzo 2026. Tra i nomi illustri figurano colossi dell’aiuto umanitario come Medici Senza Frontiere (MSF), Save the Children, Oxfam, ActionAid e Norwegian Refugee Council, la cui assenza rischia di creare un vuoto incolmabile nell’assistenza a una popolazione già stremata.

La richiesta di Israele e le ragioni della sicurezza

Alla base della controversia c’è una nuova e più stringente normativa per la registrazione delle ONG introdotta da Israele nel corso del 2025. Per il governo di Tel Aviv, la misura è una questione di sicurezza nazionale, volta a “impedire lo sfruttamento dell’assistenza umanitaria da parte di gruppi armati”. Un portavoce del Ministero della Diaspora ha dichiarato senza mezzi termini che le ONG che rifiutano di fornire gli elenchi “sanno, come lo sappiamo noi, che alcuni di loro sono implicati nel terrorismo o legati a Hamas”.

Oltre ai nominativi del personale, i nuovi requisiti includono dettagli sui finanziatori, sui partner operativi e una valutazione di “idoneità” che tiene conto anche di posizioni pubbliche ritenute “delegittimanti” verso Israele. Questa mossa segue il respingimento da parte dell’Alta Corte israeliana di un ricorso presentato da AIDA, il coordinamento di oltre 80 ONG internazionali.

Il caso emblematico di Medici Senza Frontiere

Al centro del braccio di ferro si trova Medici Senza Frontiere, una delle principali organizzazioni sanitarie operanti nella Striscia. Il ministero israeliano ha mosso accuse dirette, sostenendo che MSF avrebbe impiegato almeno due persone con “legami con organizzazioni terroristiche”, citando un presunto membro della Jihad Islamica. Già in passato, erano emerse polemiche riguardo a un operatore di MSF, Fadi al-Wadiya, ucciso in un raid israeliano e descritto da Israele come un importante terrorista della Jihad Islamica esperto in missili.

MSF ha respinto fermamente le accuse, dichiarando che “non assumerebbe mai consapevolmente persone impegnate in attività militari” e ha sottolineato che il dialogo con le autorità israeliane per la registrazione del 2026 è ancora in corso. L’organizzazione, come molte altre, si trova di fronte a un dilemma insormontabile: da un lato, la necessità di rispettare le leggi del Paese ospitante; dall’altro, il dovere di proteggere la sicurezza e la privacy del proprio staff. Fornire elenchi nominativi in un contesto di conflitto espone i dipendenti e le loro famiglie a rischi enormi, pressioni e possibili ritorsioni. Inoltre, per le ONG registrate in Europa, la condivisione di dati sensibili potrebbe violare le norme sulla privacy come il GDPR.

Le reazioni internazionali e l’impatto umanitario

La decisione di Israele ha scatenato un’ondata di condanne a livello internazionale. L’Unione Europea ha definito la legge “inattuabile nella sua forma attuale”, esortando alla rimozione di tutte le barriere all’accesso umanitario. L’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, Volker Turk, ha definito la mossa “scandalosa”, affermando che “peggiora ulteriormente una situazione già intollerabile per la popolazione di Gaza”. Appelli congiunti sono arrivati anche da governi come Regno Unito, Canada, Francia e Giappone, che hanno ricordato a Israele i suoi obblighi secondo il diritto internazionale.

Le ONG avvertono che l’impatto sarà catastrofico. La sospensione delle attività non riguarda solo la distribuzione di cibo e acqua, ma anche funzioni sanitarie e logistiche critiche. Senza la registrazione, sarà impossibile per queste organizzazioni far entrare personale tecnico specializzato o beni di prima necessità, paralizzando intere filiere di approvvigionamento in un territorio dove la popolazione civile dipende quasi interamente dagli aiuti esterni.

Di atlante

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