Tunisi – A quindici anni esatti dal gesto di Mohamed Bouazizi che diede il via alla Rivoluzione dei Gelsomini, la Tunisia si ritrova a fare i conti con un presente complesso e un futuro incerto. La giornata odierna ha visto il centro della capitale, Tunisi, diventare il palcoscenico di due narrazioni contrapposte che spaccano il Paese. Da un lato, migliaia di sostenitori del presidente Kaïs Saïed si sono radunati in Avenue Habib Bourguiba, luogo simbolo della rivoluzione, per esprimere il loro appoggio al “processo del 25 luglio” e per manifestare contro quelle che definiscono “ingerenze straniere”. Dall’altro, un’opposizione sempre più preoccupata denuncia una deriva autoritaria e una sistematica repressione del dissenso.

La dimostrazione di forza del fronte pro-Saïed

La manifestazione a sostegno del presidente, organizzata dal fronte “per la sovranità”, ha visto una massiccia partecipazione. Davanti al Teatro municipale, i manifestanti hanno intonato slogan a favore di Saïed, eletto nel 2019 e riconfermato nel 2024, e delle sue politiche. La retorica utilizzata si è concentrata su concetti come la “sovranità nazionale”, il rifiuto di interferenze esterne e la richiesta di “responsabilità” da parte della classe politica. Questo evento si inserisce in un clima di crescente polarizzazione, dove la piazza è diventata il principale terreno di scontro politico.

A sottolineare l’importanza simbolica della giornata, è stata la visita a sorpresa dello stesso presidente Saïed all’alba nella medesima Avenue Bourguiba. L’incontro con alcuni cittadini, riportato dall’agenzia di stampa ufficiale Tap, è stato interpretato dagli osservatori come un gesto attentamente studiato per rafforzare la propria immagine di leader vicino al popolo, in un luogo che è tornato a essere il barometro della politica tunisina. In occasione della ricorrenza, Saïed ha anche firmato un decreto di grazia presidenziale per 2.014 detenuti e concesso la libertà condizionale ad altri 674.

Le proteste dell’opposizione e le preoccupazioni per la democrazia

La manifestazione pro-governativa fa da contraltare a una serie di proteste che, per quattro sabati consecutivi, hanno visto centinaia di attivisti, esponenti dell’opposizione e della società civile scendere in piazza contro il presidente. Le loro richieste sono chiare: la liberazione dei numerosi detenuti politici e la fine di quella che viene descritta come una “stretta sul dissenso”. Decine di critici di Saïed, tra cui politici, attivisti e giornalisti, sono stati infatti perseguiti o incarcerati, spesso in base a un controverso decreto del 2022 contro la diffusione di “notizie false”.

Dal 25 luglio 2021, quando Saïed ha avocato a sé i pieni poteri sospendendo il parlamento e licenziando il governo, la Tunisia ha intrapreso un percorso che molti analisti definiscono una “contro-transizione democratica”. Il presidente, un giurista che si presentava come un outsider contro la corruzione, ha progressivamente smantellato l’assetto costituzionale nato dalla rivoluzione del 2011. Nel 2022, ha fatto approvare tramite referendum una nuova Costituzione che rafforza enormemente i poteri presidenziali. Queste mosse, pur godendo inizialmente di un certo sostegno popolare frustrato dall’instabilità politica e dalla crisi economica, hanno sollevato gravi preoccupazioni a livello nazionale e internazionale sul futuro delle libertà democratiche nel Paese che fu la culla delle Primavere Arabe.

Un’economia in affanno e un futuro incerto

Al di là dello scontro politico, la Tunisia continua ad affrontare una profonda crisi economica e sociale, esacerbata dalla pandemia e dall’instabilità globale. Le promesse della rivoluzione – lavoro, dignità e libertà – appaiono per molti ancora disattese. La disoccupazione, soprattutto giovanile, resta elevata e le disuguaglianze sociali si sono aggravate. L’economia del paese, che dopo la caduta di Ben Ali è rimasta in mano a pochi gruppi d’interesse, fatica a riprendersi. Il presidente Saïed attribuisce spesso la responsabilità della crisi alle opposizioni e alla corruzione dilagante, ma le sue politiche non sono ancora riuscite a invertire la rotta.

Quindici anni dopo, l’eredità della Rivoluzione dei Gelsomini è oggetto di una contesa narrativa. Per il presidente e i suoi sostenitori, il 17 dicembre rappresenta la “vera” rivoluzione, quella che deve essere protetta da élite corrotte e influenze straniere. Per l’opposizione e molti attivisti, le conquiste democratiche di quel periodo sono oggi in grave pericolo. La Tunisia si trova a un bivio cruciale, sospesa tra la speranza di un rinnovamento e il timore di un ritorno all’autoritarismo.

Di atlante

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