Roma – Una nuova, importante battuta d’arresto per la Regione Sardegna nella gestione della transizione energetica. La Corte Costituzionale, con la sentenza numero 184 depositata il 16 dicembre 2025, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di diverse disposizioni chiave della legge regionale n. 20 del 2024. Questa normativa, approvata nel dicembre 2024, mirava a regolamentare l’installazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili (FER), individuando le aree considerate idonee e quelle non idonee sul territorio isolano.
La decisione della Consulta arriva a seguito del ricorso presentato dal Governo, che aveva impugnato la legge regionale a fine gennaio 2025, ritenendola in contrasto con la normativa statale ed europea in materia. Si tratta del secondo intervento severo da parte dei giudici costituzionali nei confronti della Sardegna su questo tema, dopo la bocciatura di una precedente moratoria che intendeva bloccare per 18 mesi la realizzazione di nuovi impianti eolici e fotovoltaici.
I Punti Salienti della Sentenza
La Corte ha accolto parzialmente le eccezioni sollevate dall’esecutivo, concentrandosi su due aspetti fondamentali della legge sarda: il divieto aprioristico di installazione nelle aree non idonee e l’effetto retroattivo della norma sulle autorizzazioni già rilasciate.
1. No ai divieti assoluti: Il cuore della decisione risiede nel principio secondo cui “la qualifica di non idoneità di un’area non può tradursi in un aprioristico divieto di installazione” degli impianti. Secondo la Consulta, un divieto assoluto avrebbe l’effetto di precludere ingiustificatamente l’accesso ai “procedimenti autorizzatori semplificati”, strumenti previsti dalla legislazione nazionale proprio per accelerare la diffusione delle fonti rinnovabili, considerate di pubblica utilità e strategiche per il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione. Di conseguenza, è stato dichiarato illegittimo l’articolo 1, comma 5, della legge regionale.
2. Tutela del legittimo affidamento e della certezza del diritto: Un altro punto cruciale della sentenza riguarda la retroattività. La legge sarda prevedeva di rendere “privi di efficacia” gli atti autorizzativi già emanati per impianti ricadenti in aree successivamente definite come non idonee, con l’unica eccezione della “modifica irreversibile dello stato dei luoghi”. La Corte ha stabilito che questa disposizione viola in modo irragionevole il “legittimo affidamento” degli operatori del settore e lede il principio della “certezza del diritto”. I giudici hanno sottolineato che gli operatori, dopo aver completato positivamente le complesse procedure autorizzative, hanno già sostenuto ingenti costi tecnici e amministrativi. Annullare tali atti senza “ragioni di carattere tecnico o scientifico” costituisce una misura sproporzionata.
Altre Criticità Rilevate dalla Corte
Oltre ai due punti principali, la sentenza ha censurato altri aspetti della normativa regionale:
- Progetti in aree miste: La legge sarda stabiliva che, nel caso di progetti a cavallo tra aree idonee e non idonee, dovesse prevalere automaticamente il criterio della non idoneità. La Corte ha respinto questo automatismo, affermando che la decisione finale deve scaturire dalla valutazione del singolo procedimento autorizzativo, bilanciando la tutela del paesaggio con l’interesse pubblico alla transizione energetica.
- Procedure di semplificazione: Sono state bocciate anche le disposizioni che introducevano procedure speciali o accelerate per l’autorizzazione paesaggistica, anche su richiesta dei Comuni, in aree non idonee. La Consulta ha ribadito che le Regioni non possono derogare alla disciplina statale in materia di tutela ambientale e paesaggistica, che deve rimanere uniforme su tutto il territorio nazionale.
Il Contesto e le Reazioni Politiche
La Sardegna era stata la prima regione italiana a dotarsi di una norma per l’applicazione dei decreti ministeriali sulle aree idonee, con l’obiettivo dichiarato di “governare, non subire” la diffusione degli impianti rinnovabili. La presidente della Regione, Alessandra Todde, pur prendendo atto della sentenza, ha sottolineato come questa non risolva il nodo politico di fondo, denunciando un quadro normativo nazionale “frammentato e contraddittorio” che scarica responsabilità improprie su Regioni e Comuni.
Dalle opposizioni, invece, sono arrivate dure critiche. Esponenti di Fratelli d’Italia hanno parlato di “pietra tombale” sulla strategia della Giunta, accusandola di superficialità e di aver esposto l’isola a rischi speculativi. Altri hanno definito la legge “fragile” e frutto di “annunci roboanti poi smentiti dai fatti”. La Giunta, per voce degli assessori competenti, ha comunque assicurato che le norme regionali saranno modificate per tenere conto dei chiarimenti forniti dalla Corte.
Le Implicazioni per il Futuro delle Rinnovabili
La sentenza della Corte Costituzionale non significa un “liberi tutti” per l’installazione di impianti in Sardegna, ma chiarisce i limiti della potestà legislativa regionale in una materia di competenza concorrente con lo Stato. La tutela del paesaggio e delle specificità territoriali resta un valore fondamentale, ma non può tradursi in un ostacolo insormontabile alla transizione energetica, un obiettivo strategico nazionale ed europeo.
La decisione riafferma il primato della normativa statale nel definire i principi fondamentali e le procedure autorizzative, specialmente quelle semplificate, volte a promuovere le energie pulite. Per la Regione Sardegna si apre ora la necessità di riscrivere le regole, cercando un difficile equilibrio tra la protezione del suo inestimabile patrimonio ambientale e paesaggistico e il contributo indispensabile che è chiamata a dare per la decarbonizzazione del sistema energetico nazionale.
