Torino torna a confrontarsi con una delle sue notti più buie. A oltre otto anni di distanza dalla tragedia che il 3 giugno 2017 trasformò una festa sportiva in un incubo collettivo, la famiglia di Kelvin, il bambino di origine cinese la cui immagine divenne uno dei simboli di quel dramma, ha avviato un’azione civile per ottenere un risarcimento. Una decisione che riaccende i riflettori su una vicenda che ha lasciato cicatrici profonde nel tessuto della città, sollevando ancora una volta questioni cruciali sulla responsabilità e la gestione della sicurezza durante i grandi eventi.

Quella notte di panico in Piazza San Carlo

Era la sera della finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid. Decine di migliaia di persone si erano radunate in Piazza San Carlo per assistere alla partita su un maxischermo, in un’atmosfera di trepidante attesa. Verso la fine dell’incontro, però, l’entusiasmo si tramutò in terrore. Come successivamente accertato dalle indagini, una banda di rapinatori utilizzò spray al peperoncino per creare scompiglio e derubare i presenti. L’effetto fu devastante: si scatenarono ondate di panico incontrollato, con la folla che, temendo un attentato terroristico, iniziò a fuggire disordinatamente in ogni direzione.

Il bilancio di quella notte fu pesantissimo: due donne persero la vita (Erika Pioletti, deceduta dopo alcuni giorni, e Marisa Amato, rimasta paralizzata e morta nel 2019) e si contarono oltre 1.500 feriti. Tra questi, in modo grave, c’era anche Kelvin, che all’epoca aveva solo sette anni. Travolto e schiacciato dalla calca, il bambino fu eroicamente protetto da due persone, un italiano e un marocchino, che gli fecero da scudo con i loro corpi, prima di essere preso in consegna da un poliziotto. Le sue condizioni apparvero subito critiche: riportò un grave trauma toracico e rimase in coma per alcuni giorni all’ospedale Regina Margherita, tenendo la città con il fiato sospeso.

L’azione legale della famiglia e i soggetti citati

Oggi, a distanza di anni, la famiglia di Kelvin, assistita dagli avvocati dello studio legale torinese Ambrogio e Commodo, ha deciso di intraprendere la via legale per vedere riconosciuto il danno subito. Lo studio legale ha già seguito in passato diverse cause analoghe legate ai fatti di Piazza San Carlo. L’azione civile, ora in via di definizione, non si rivolge a un unico soggetto, ma chiama in causa una pluralità di enti, ritenuti a vario titolo responsabili per le lacune organizzative di quella serata.

La citazione è stata inoltrata a:

  • Il Comune di Torino, in qualità di ente territoriale.
  • La Prefettura, come emanazione del Ministero dell’Interno e organo preposto alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica.
  • L’agenzia Turismo Torino, che si occupò dell’organizzazione pratica dell’evento in piazza.
  • L’architetto responsabile della progettazione dell’evento.

Questa mossa legale evidenzia la volontà di accertare le responsabilità non solo di chi ha materialmente innescato il panico, ma anche di chi aveva il dovere di garantire che la manifestazione si svolgesse in condizioni di massima sicurezza.

I precedenti giudiziari e le responsabilità emerse

La tragedia di Piazza San Carlo ha già avuto importanti strascichi giudiziari. Un filone processuale si è concentrato sulla banda di rapinatori, che sono stati condannati per omicidio preterintenzionale. Un altro, ben più complesso, ha riguardato proprio le falle nell’organizzazione e nella gestione della sicurezza. Questo secondo processo ha visto tra gli imputati figure di primo piano dell’amministrazione cittadina dell’epoca.

Tra i condannati, in un processo d’appello bis, figura anche l’allora sindaca di Torino, Chiara Appendino. L’architetto che si occupò della progettazione, e che oggi è tra i destinatari della citazione civile, aveva invece patteggiato la pena. Queste sentenze hanno messo in luce gravi carenze, come l’assenza di adeguate vie di fuga, la mancanza di un coordinamento efficace e la sottovalutazione dei rischi, elementi che hanno contribuito ad amplificare le conseguenze del gesto criminale dei rapinatori.

Una battaglia per il riconoscimento del dramma

La causa intentata dalla famiglia di Kelvin non è solo una richiesta di indennizzo economico, ma rappresenta anche una ricerca di giustizia e di pieno riconoscimento del trauma fisico e psicologico subito da un bambino la cui vita è stata segnata per sempre da quella notte. La sua storia, insieme a quella delle vittime, rimane un monito costante sull’importanza della sicurezza negli eventi pubblici e sulla necessità che le istituzioni si assumano la responsabilità di proteggere i cittadini. La vicenda di Kelvin continua a essere uno dei simboli più dolorosi di quella serata, un promemoria di come una festa possa trasformarsi in tragedia quando la leggerezza e l’impreparazione prevalgono sulla prudenza e sulla cura.

Di veritas

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