Un fascio di luce nuova illumina le navate della storica chiesa di Sant’Ambrogio a Firenze, svelando i colori e i dettagli a lungo celati di un capolavoro del Trecento. Si è concluso, infatti, il delicato e complesso intervento di restauro dell’affresco raffigurante la “Madonna del Latte con Bambino tra i santi Giovanni Battista e Bartolomeo”, un’opera di straordinaria importanza artistica e devozionale che oggi, grazie al fondamentale sostegno della fondazione Friends of Florence, torna a mostrarsi in tutta la sua magnificenza. L’intervento, eseguito dalla restauratrice Cristina Napolitano sotto l’Alta Sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio (ABAP) di Firenze, non solo ha restituito leggibilità a una pittura di grande valore, ma ha anche permesso di approfondire la conoscenza di uno dei protagonisti della scena artistica fiorentina della seconda metà del XIV secolo: Matteo di Pacino.
Un viaggio attributivo: da Giotto a Matteo di Pacino
La storia critica di questo affresco è un vero e proprio viaggio attraverso i secoli e le evoluzioni della storia dell’arte. Originariamente, la sua qualità eccelsa portò ad accostarlo alla scuola del grande Giotto, per poi essere attribuito nel tempo a figure di spicco come l’Orcagna, Spinello Aretino e Agnolo Gaddi. La svolta decisiva arrivò nel 1973, quando lo storico dell’arte Luciano Bellosi identificò il cosiddetto “Maestro della Cappella Rinuccini” – autore di importanti opere nella Basilica di Santa Croce – proprio con Matteo di Pacino, un pittore di formazione orcagnesca attivo tra il 1359 e il 1374. Il recente restauro ha fornito ulteriori elementi a sostegno di questa tesi, permettendo un confronto più puntuale e preciso con altre opere note dell’artista, come il San Michele Arcangelo conservato alla Galleria dell’Accademia. Come sottolineato dallo storico dell’arte Claudio Paolini, membro della giuria del premio Friends of Florence, la maggiore leggibilità delle figure e l’analisi della tecnica esecutiva hanno aggiunto un nuovo, fondamentale tassello alla comprensione della pittura fiorentina di quel periodo.
Una storia conservativa travagliata
La vita dell’affresco è stata tutt’altro che semplice. Per secoli, la sua bellezza rimase nascosta sotto strati di imbiancatura, un destino comune a molte opere d’arte sacra. Fu riscoperto solo nel 1839 e da allora ha subito diversi interventi di restauro. L’episodio più traumatico risale al 1960 circa, quando l’opera fu “strappata” dalla sua parete originaria e trasferita su un pannello mobile, una pratica conservativa oggi considerata molto invasiva. Questa lunga e complessa storia conservativa aveva lasciato il segno: depositi superficiali, tracce di puliture aggressive e stuccature incongrue ne compromettevano seriamente la lettura. In particolare, il prezioso blu di azzurrite del manto della Vergine era stato alterato da depositi di ossalato di calcio, virando verso una tonalità blu-verde.
Il restauro: un dialogo tra arte e scienza
L’intervento appena concluso, frutto di un progetto che nel 2024 si è aggiudicato il prestigioso Premio Friends of Florence – Salone dell’Arte del Restauro, ha affrontato queste problematiche con un approccio scientifico e rispettoso della materia originale. La restauratrice Cristina Napolitano ha spiegato come l’obiettivo fosse “restituire armonia all’opera senza alterarne la storia”. Si è proceduto con metodologie graduali di pulitura per rimuovere i materiali estranei e i depositi accumulati nel tempo. Le vecchie stuccature, che in alcuni punti sporgevano oltre il livello dell’intonaco dipinto, sono state rimosse e sostituite con un nuovo intonaco nelle aree di mancanza. Infine, si è proceduto con un’integrazione pittorica “sottotono” e con selezione cromatica, una tecnica che permette di restituire unità visiva all’immagine senza creare un falso storico, rendendo le integrazioni riconoscibili a un esame ravvicinato.
Iconografia e significato: una sintesi teologica
L’opera raffigura un tema iconografico di grande diffusione e potenza simbolica: la Virgo Lactans, la Vergine che allatta il Bambino Gesù. Al suo fianco, i santi Giovanni Battista e Bartolomeo. In un riquadro inferiore, compare anche la figura di Sant’Ambrogio, a cui la chiesa è dedicata, una delle più antiche testimonianze del culto ambrosiano nell’edificio, un tempo appartenuto alle monache benedettine che tanto contribuirono allo sviluppo del quartiere. Come ha affermato don Daniele Rossi, parroco di Sant’Ambrogio, l’immagine va oltre la semplice devozione tardogotica: “è una vera sintesi visiva di Scrittura ed esegesi medievale”. Rappresenta il mistero dell’Incarnazione nella sua concretezza più umana e tangibile, il nutrimento materno che si fa simbolo del “latte spirituale” e richiamo all’Eucaristia.
L’impegno di Friends of Florence
Questo importante recupero conferma ancora una volta il ruolo cruciale della fondazione americana Friends of Florence nella salvaguardia del patrimonio artistico fiorentino e italiano. “Siamo davvero lieti di presentare oggi l’affresco della Madonna del Latte in Sant’Ambrogio”, ha dichiarato la presidente Simonetta Brandolini d’Adda, “un restauro che consente di restituire alla comunità un tassello fondamentale del ‘300 fiorentino, confermando ancora una volta l’impegno della nostra Fondazione nella tutela del patrimonio storico artistico cittadino”. Un impegno che, attraverso il mecenatismo illuminato, permette a capolavori come questo di continuare a raccontare la loro storia e a ispirare le generazioni future.
