Una vera e propria bufera si è abbattuta sul mondo dei liberi professionisti italiani. Al centro del ciclone, una norma contenuta nella Legge di Bilancio 2026, confermata in Commissione Bilancio del Senato e bollinata dalla Ragioneria Generale dello Stato, che sta scatenando un’ondata di proteste unanime. La disposizione, definita “ingiustamente vessatoria” da più parti, subordina il pagamento dei compensi da parte delle Pubbliche Amministrazioni (PA) alla verifica della regolarità fiscale e contributiva del professionista. Una misura che, secondo le associazioni di categoria, rischia di avere effetti “gravemente pregiudizievoli per il libero esercizio delle professioni”.
Cosa prevede la norma nel dettaglio
A partire dal 1° gennaio 2026, per vedersi saldare le proprie fatture, i professionisti che lavorano con la PA dovranno dimostrare di essere in regola con tasse e contributi. Questo significa che, contestualmente alla presentazione della fattura, dovranno produrre una documentazione specifica: una sorta di DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva) da richiedere alla propria Cassa di previdenza e un attestato di conformità fiscale rilasciato dall’Agenzia delle Entrate. In assenza di tale certificazione, il pagamento verrà sospeso.
La criticità maggiore, sollevata con forza da tutte le rappresentanze di categoria, risiede nell’assenza di una qualsiasi soglia minima di debito. Ciò implica che anche un’irregolarità di importo irrisorio, una minima pendenza o persino un mero disallineamento amministrativo, potrebbe portare al blocco totale dei pagamenti. Si parla di situazioni paradossali, come una multa non pagata o un lieve ritardo in un versamento contributivo, che potrebbero impedire l’incasso di compensi per prestazioni professionali regolarmente eseguite e di cui la PA ha già beneficiato.
Inoltre, una recente riformulazione del testo da parte del Ministero dell’Economia ha ulteriormente inasprito la misura. Il blocco non riguarderà più solo i “compensi per attività professionale”, ma tutti i “relativi emolumenti”, includendo quindi anche i rimborsi spese. L’obbligo, inoltre, è stato esteso: non si applicherà solo ai professionisti con incarichi diretti dalla PA, ma anche a coloro che operano per soggetti terzi con compensi a carico dello Stato, come nel caso del gratuito patrocinio.
La protesta unanime dei professionisti
La reazione del mondo professionale è stata immediata e compatta. L’associazione “Professionisti Insieme”, per voce del suo presidente Elbano de Nuccio, ha definito la norma “ingiustamente vessatoria” e ne ha chiesto l’abolizione. De Nuccio ha sottolineato come i professionisti si troveranno a vedere bloccati i propri pagamenti a fronte di prestazioni già rese, con un vantaggio già acquisito dalla PA. Si teme un’esplosione di ritardi, incertezze e nuovi contenziosi con le amministrazioni pubbliche.
Sulla stessa linea si sono espresse numerose altre sigle:
- Il Consiglio Nazionale Forense (CNF) ha parlato di una norma “vessatoria e discriminatoria”, evidenziando come violi il principio costituzionale di eguaglianza e la direttiva europea sui ritardi di pagamento. Il presidente Francesco Greco ha fatto notare la disparità di trattamento rispetto ai lavoratori dipendenti, che mantengono il diritto alla retribuzione anche in caso di inadempienze fiscali.
- Confprofessioni ha chiesto l’abrogazione della misura, definendola “irrazionale e discriminatoria” e in contrasto con gli obiettivi di semplificazione dei pagamenti della PA.
- Anche il Consiglio Nazionale dei Commercialisti, pur valutando positivamente l’impianto generale della manovra, ha chiesto con forza l’eliminazione di questo articolo, sottolineando l’aggravio burocratico e la disparità di trattamento.
Un altro punto critico sollevato è l’aggravio burocratico. La norma impone un nuovo sistema di verifica preventiva che peserà sia sui professionisti, costretti a richiedere continuamente certificazioni, sia sulle stesse amministrazioni pubbliche, che dovranno implementare procedure di controllo prima di ogni singolo pagamento.
Le ragioni del Governo e le possibili conseguenze
L’intento dichiarato del Governo è quello di incentivare la fedeltà fiscale e contributiva dei lavoratori autonomi che beneficiano di risorse pubbliche. La norma viene presentata come uno strumento per rafforzare i controlli e combattere l’evasione. Tuttavia, secondo i critici, la misura rischia di essere controproducente e di creare un “corto circuito giuridico”, trasformando la PA da debitore a giudice della regolarità del professionista.
Il paradosso, come evidenziato dal CNF, è che a essere penalizzati potrebbero essere proprio i professionisti più in difficoltà, come i giovani avvocati che, a causa dei noti e cronici ritardi nei pagamenti da parte dello Stato (ad esempio per il gratuito patrocinio), si trovano nell’impossibilità di essere regolari con i versamenti fiscali e previdenziali. In pratica, lo Stato bloccherebbe i pagamenti a causa di irregolarità che esso stesso ha contribuito a generare.
La battaglia non sembra destinata a placarsi. Mentre le associazioni professionali chiedono a gran voce la cancellazione o una profonda modifica della norma, il Governo appare intenzionato a mantenere la linea dura. Il dibattito si sposta ora sul piano politico e giuridico, con il Consiglio Nazionale Forense che sta già valutando i profili di incostituzionalità della disposizione. Resta da vedere se, nel prosieguo dell’iter parlamentare della Legge di Bilancio, prevarrà la linea del rigore o se si troverà una soluzione di equilibrio che tuteli sia le ragioni dell’erario sia il diritto dei professionisti a un giusto e tempestivo compenso.
