BRUXELLES – In una mossa strategica di grande portata politica ed economica, l’Unione Europea ha impresso una forte accelerazione al piano per utilizzare gli asset della Banca Centrale Russa congelati in Europa. Il Comitato dei rappresentanti permanenti presso l’UE (Coreper) ha raggiunto un’intesa su una proposta che prevede il rinnovo a tempo indeterminato delle sanzioni che immobilizzano tali beni. La novità più significativa risiede nello strumento giuridico prescelto: l’articolo 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), che consente di adottare decisioni in materia economica con una maggioranza qualificata, aggirando così la necessità dell’unanimità richiesta per le sanzioni classiche.
Una decisione per superare i veti
La presidenza danese del Consiglio UE ha comunicato l’accordo in seno al Coreper e l’avvio di una procedura scritta per la decisione formale del Consiglio, il cui esito è atteso a breve. Questa scelta procedurale non è casuale. L’obiettivo primario è quello di rendere stabile e duratura l’immobilizzazione degli asset russi, stimati in circa 210 miliardi di euro nel territorio dell’Unione, sottraendola alla revisione semestrale che la esponeva al rischio di veto da parte di singoli Stati membri, come l’Ungheria. Il premier ungherese Viktor Orbán, infatti, ha più volte manifestato la sua opposizione a ulteriori misure contro Mosca e ha definito la procedura basata sull’articolo 122 una “violazione del diritto” e una “dittatura di Bruxelles”.
La mossa dell’UE mira a creare una base giuridica solida, considerata un prerequisito tecnico e legale indispensabile per poter procedere con il passo successivo: l’implementazione del cosiddetto “prestito di riparazione” a favore dell’Ucraina. L’idea, sostenuta dalla Commissione Europea, è quella di utilizzare i profitti generati da questi beni congelati per garantire un ingente prestito a Kiev, contribuendo così a finanziare la difesa e la futura ricostruzione del paese.
L’articolo 122: uno strumento per le emergenze
L’articolo 122 del TFUE è concepito per far fronte a situazioni di emergenza economica. Il primo comma, in particolare, stabilisce che il Consiglio, su proposta della Commissione, possa decidere “misure adeguate alla situazione economica, in particolare qualora sorgano gravi difficoltà nell’approvvigionamento di determinati prodotti”. Questo strumento è già stato utilizzato in passato per affrontare crisi come quella energetica e quella del debito sovrano. La sua applicazione in questo contesto, tuttavia, ha sollevato un dibattito sulla sua appropriatezza. Critici, come il primo ministro belga, hanno messo in dubbio che la situazione attuale rientri pienamente nella definizione di “emergenza economica” prevista dal trattato. Nonostante ciò, la maggioranza dei Paesi membri sembra orientata a procedere, considerando la guerra in Ucraina e le sue conseguenze economiche una circostanza eccezionale che giustifica il ricorso a tale misura.
Per l’approvazione a maggioranza qualificata sono necessarie due condizioni: il voto favorevole del 55% degli Stati membri (15 su 27) che rappresentino almeno il 65% della popolazione totale dell’UE. Una soglia che, secondo fonti diplomatiche, sarebbe ampiamente raggiunta.
Le implicazioni economiche e giuridiche
La decisione di rendere permanente il blocco degli asset è un passo fondamentale per ridurre i rischi legati all’utilizzo dei loro proventi. La stragrande maggioranza di questi fondi è detenuta dalla società di servizi finanziari Euroclear, con sede in Belgio. Un’eventuale revoca delle sanzioni, in assenza di questa nuova misura, avrebbe potuto esporre il Belgio a richieste di rimborso miliardarie.
Il dibattito sull’utilizzo degli asset russi è complesso e vede posizioni differenti all’interno dell’UE.
- I Paesi dell’Europa orientale, come Polonia e Stati Baltici, spingono per un approccio più radicale che includa non solo l’uso dei rendimenti, ma anche la confisca del capitale stesso come risarcimento per i danni di guerra.
- Altri Stati, tra cui Belgio, Francia e Germania, mantengono una linea più cauta, preoccupati per le implicazioni giuridiche (la tutela delle riserve sovrane nel diritto internazionale), i rischi per la stabilità finanziaria e le possibili ritorsioni da parte di Mosca.
Il “prestito di riparazione” rappresenta una via di mezzo, una soluzione di compromesso che non prevede una confisca immediata del capitale, ma ne utilizza i frutti per sostenere l’Ucraina. Un primo contributo di circa 1,5 miliardi di euro, derivante proprio da questi rendimenti, è già stato trasferito a Kiev nel luglio 2024.
Un segnale politico forte
Al di là degli aspetti tecnici, la decisione del Coreper invia un forte segnale politico. Dimostra la volontà dell’Unione Europea di trovare strumenti efficaci per sostenere l’Ucraina a lungo termine e di far sì che la Russia paghi per le conseguenze della sua aggressione. Come sottolineato da diversi leader europei, tra cui la presidente della BCE Christine Lagarde e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, è fondamentale che non siano i cittadini europei a sostenere interamente i costi della guerra, ma che sia la Russia stessa a contribuire. La mossa, inoltre, mira a rafforzare la leva negoziale di Bruxelles in eventuali futuri colloqui di pace. Il percorso è ancora complesso e la discussione sul meccanismo preciso per erogare i fondi all’Ucraina sarà al centro dei prossimi vertici europei, ma la strada intrapresa sembra ormai segnata.
