Stoccolma – Una lezione magistrale, un’orazione funebre, un atto d’accusa. Difficile definire altrimenti il discorso pronunciato dallo scrittore ungherese László Krasznahorkai, 71 anni, nel ricevere oggi a Stoccolma il Premio Nobel per la Letteratura 2025. Lontano dai toni celebrativi di circostanza, il maestro della prosa ipnotica e visionaria ha consegnato all’Accademia Svedese e al mondo una riflessione tanto potente quanto desolata sulla traiettoria dell’essere umano, un’epopea che dalle vette più alte della creatività precipita nell’abisso della disillusione moderna.
Parlando nella sua lingua madre, l’ungherese, Krasznahorkai ha posto una domanda che ha vibrato nell’aria solenne della sala: “Essere umano, creatura straordinaria, chi sei?”. Da questo interrogativo è scaturita un’analisi torrenziale, una cavalcata attraverso i millenni che ha ripercorso l’intera avventura della nostra specie, un’avventura che lo scrittore definisce “mozzafiato” ma, tragicamente, “irripetibile”.
Dalla Ruota al Linguaggio: L’Ascesa Inarrestabile
La prima parte del discorso è un affresco grandioso delle conquiste umane. Krasznahorkai ha evocato con immagini potenti i primi passi di un’evoluzione apparentemente inarrestabile. “Hai inventato la ruota, hai inventato il fuoco, hai capito che la cooperazione era il tuo unico mezzo di sopravvivenza”, ha scandito, descrivendo l’acquisizione di un “intelletto sorprendentemente grande” che ha permesso all’uomo di esercitare un potere, seppur limitato, sul mondo.
Con lo stile narrativo che contraddistingue le sue opere, spesso descritte come postmoderne e apocalittiche, ha rievocato i passaggi cruciali: da homo habilis, creatore di strumenti, a homo erectus, scopritore del fuoco. Ha sottolineato il miracolo del linguaggio, reso possibile da un “piccolo dettaglio” anatomico – la distanza tra laringe e palato molle – che ci ha differenziato dagli altri primati. Un dono che, secondo la narrazione biblica, ci ha permesso di “sederci con il Signore dei Cieli” per dare un nome a tutte le cose, primo passo verso l’astrazione, la filosofia e, infine, la scrittura.
Le Vette dell’Ingegno: Arte, Scienza e Sentimenti
Il viaggio narrativo di Krasznahorkai è proseguito celebrando le invenzioni che hanno plasmato la civiltà: il tempo, i veicoli, le mappe dei pianeti. Ha descritto un’umanità che ha smesso di considerare il Sole un Dio per investigarlo con la scienza, che ha modificato la sessualità e i ruoli di genere, scoprendo “molto tardi, anche se non è mai troppo tardi”, l’amore, l’empatia, i sentimenti. È l’uomo che vola nello spazio, “abbandonando gli uccelli”, e cammina sulla Luna.
In questo culmine di onnipotenza, l’arte e la scienza raggiungono il loro apogeo. Krasznahorkai ha tracciato una linea diretta “dai disegni rupestri fino all’Ultima Cena di Leonardo, dal magico buio e l’incanto del ritmo fino a Johann Sebastian Bach”. Allo stesso tempo, ha ricordato la nostra capacità distruttiva, l’invenzione di “armi tali che potrebbero far saltare in aria l’intera Terra più volte”.
Il Crollo Finale: La Distruzione dell’Immaginazione
È qui che il discorso ha subito una virata drammatica, precipitando nella diagnosi impietosa del nostro presente. L’apice della conoscenza, secondo il neo-laureato, ha coinciso con l’inizio della fine. “Infine, in conformità con il progresso storico, tu, con assoluta e assoluta immediatezza, hai cominciato a non credere più a nulla”.
Questa perdita di fede non è solo religiosa, ma totale. È la perdita di fiducia nella conoscenza, nella bellezza, nel bene morale. La tecnologia, ultima grande invenzione, diventa lo strumento di questa caduta. “Grazie ai dispositivi che tu stesso hai inventato, distruggendo l’immaginazione, ora ti rimane solo la memoria a breve termine”, ha affermato Krasznahorkai. È un’accusa diretta a un mondo digitale che mortifica la profondità del pensiero in favore dell’immediatezza, che ci rende incapaci di immaginare un futuro diverso perché intrappolati in un eterno, superficiale presente.
Questa visione è perfettamente coerente con i temi ricorrenti nella sua opera letteraria, da Satantango a Melancolia della resistenza, dove esplora il collasso sociale, l’alienazione e la disintegrazione in contesti cupi e distopici. La sua prosa, fatta di frasi lunghe e labirintiche, costringe il lettore a un’immersione totale in un mondo sull’orlo della rovina, una condizione che il suo discorso di Stoccolma ha elevato a metafora dell’intera umanità.
Un Monito per il Futuro: “Questo Fango vi Inghiottirà”
L’affondo finale è un monito apocalittico, un’immagine potente che riecheggia le atmosfere fangose e desolate del suo romanzo d’esordio, Satantango. “Ora sei pronto a trasferirti nelle pianure, dove le tue gambe affonderanno”, ha avvertito, rivolgendosi a un’umanità che sogna di fuggire su Marte mentre è già con i piedi nel baratro. “Non muoverti, perché questo fango ti inghiottirà, ti trascinerà nella palude”.
Il percorso evolutivo, un tempo “mozzafiato”, si conclude con una condanna senza appello: “è stato bellissimo, solo, sfortunatamente: non può essere ripetuto”. Non c’è redenzione, non c’è speranza nel messaggio di Krasznahorkai, ma solo la lucida constatazione di una parabola discendente giunta al suo termine. Un discorso che non celebra un uomo, ma ne canta il de profundis, lasciando il mondo della cultura a interrogarsi sulla veridicità di questa profezia desolata.
