VERBANIA – Una sentenza che scuote le coscienze e accende il dibattito sulla qualificazione giuridica della violenza di genere. Un uomo di 64 anni è stato condannato dal tribunale di Verbania a tre anni di reclusione per aver aggredito la sua ex compagna, rovesciandole addosso due flaconi di acido muriatico all’interno del salone da parrucchiera della donna. L’episodio, avvenuto il 28 dicembre dello scorso anno, ha visto però una riqualificazione del reato da parte del Giudice per l’Udienza Preliminare, Mauro D’Urso, che ha escluso la tentata deformazione o lo sfregio permanente del viso.
LA DINAMICA DELL’AGGRESSIONE E LE MINACCE PRECEDENTI
Il 28 dicembre 2024, il 64enne ha fatto irruzione nel locale dove la sua ex compagna lavorava e le ha versato addosso il contenuto di due bottigliette di acido muriatico, colpendola ai capelli, al collo e al viso. Un’azione premeditata, come testimoniato da una serie di messaggi minatori inviati alla donna nei giorni precedenti l’aggressione. Frasi dal tenore inequivocabile come “quegli occhi potrebbero non vedere più”, “l’acido brucia bene” e “quindi d’ora in poi guardati le spalle! E se vai dai carabinieri per te è finita”. Queste minacce, inizialmente contestualizzate nell’ambito dello stalking, sono state successivamente derubricate a semplice reato di minacce.
LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA: “LIQUIDO INIDONEO” E “RISCIACQUO IMMEDIATO”
La decisione del Gup D’Urso, formalizzata nelle motivazioni della sentenza emessa il 12 novembre, si fonda su una valutazione tecnica della sostanza utilizzata e delle circostanze dell’aggressione. Secondo il giudice, l’acido cloridrico, presente in una concentrazione del 6,5%, era “inidoneo” a provocare “in concreto” un danno permanente. La ragione principale risiede nel fatto che, trovandosi all’interno di un salone da parrucchiera, la vittima ha avuto la possibilità di “risciacquare immediatamente la cute colpita senza attendere i circa 15 minuti necessari per la cristallizzazione della lesione”.
Nelle motivazioni si legge infatti che la donna, “sebbene attinta dal liquido sui capelli, sul collo e sul viso, anche grazie all’immediato abbondante risciacquo (…) non ha riportato danni cicatriziali o profondi sull’epidermide”. Questa circostanza, secondo il giudice, “porta a un diverso inquadramento giuridico” del fatto, collocando l’accaduto “al di fuori dei confini” del reato di tentata deformazione dell’aspetto. Il Gup ha tenuto a precisare che tale valutazione “in nulla si indulga rispetto alla gravità della condotta delittuosa” dell’uomo.
RIQUALIFICAZIONE DEL REATO E PENA INFLITTA
In virtù di queste considerazioni, il giudice ha riqualificato i capi d’imputazione. L’accusa di tentata deformazione dell’aspetto (articolo 583-quinquies del codice penale, introdotto nel 2019 con il “Codice Rosso”) è stata trasformata in tentate lesioni gravissime. Allo stesso modo, l’ipotesi di stalking è stata derubricata a minacce. Nonostante la riqualificazione, la pena inflitta, tre anni di reclusione, è la stessa che era stata richiesta dal pubblico ministero. L’imputato, che ha scelto il rito abbreviato, si trova attualmente agli arresti domiciliari. È stata inoltre disposta una provvisionale di 10.000 euro a favore della vittima.
LE REAZIONI E LE PREOCCUPAZIONI DELLA PARTE CIVILE
La sentenza ha suscitato perplessità e critiche, in particolare da parte del legale della donna. L’avvocato ha definito la pena “non particolarmente severa” in un contesto di violenza di genere. Forte preoccupazione è stata espressa anche riguardo alla richiesta, già avanzata, di concedere all’uomo permessi lavorativi in un’area vicina all’abitazione della vittima, sollevando dubbi sulla valutazione della sua attuale pericolosità sociale. “Speriamo di non trovarci di fronte all’ennesima cronaca di una morte annunciata”, ha dichiarato il legale, evidenziando il timore per la sicurezza della sua assistita.
