BEIRUT – In un Libano ancora segnato dalle cicatrici di una crisi economica e istituzionale profonda, e dalla tensione costante lungo la frontiera meridionale, la visita di Papa Leone XIV ha rappresentato un faro di speranza e un’occasione cruciale per il dialogo. A catalizzare l’attenzione internazionale sono state le parole forti e dirette del vicepresidente del Consiglio islamico sciita superiore, lo Sceicco Ali El-Khatib, che durante un incontro interreligioso ha posto “la questione del Libano nelle mani” del Pontefice. Un appello che ha fatto irrompere con forza la drammatica realtà del conflitto israelo-libanese nell’agenda della visita apostolica.

L’Appello dello Sceicco: “Costretti a difenderci dall’occupante”

Rivolgendosi direttamente a Papa Leone XIV, lo Sceicco El-Khatib ha espresso la speranza che la sua visita possa rafforzare “l’unità nazionale vacillante” di un paese piagato dalla “continua aggressione israeliana contro il suo popolo e la sua terra”. Con un tono che univa fermezza e disperazione, il leader sciita ha sottolineato la posizione della sua comunità: “Siamo convinti nella necessità dell’esistenza dello Stato, ma, in sua assenza, siamo stati costretti a difendere noi stessi resistendo all’occupante che ha invaso la nostra terra”. Ha poi aggiunto una precisazione fondamentale per sgombrare il campo da interpretazioni bellicose: “non siamo certo amanti delle armi, né del sacrificio dei nostri figli”.

La richiesta al Papa è stata esplicita: utilizzare la sua influenza e le capacità della Santa Sede a livello internazionale “affinché il mondo possa aiutare il nostro Paese a liberarsi dalle crisi accumulate, in primis l’aggressione israeliana e le sue conseguenze sul nostro Paese e sul nostro popolo”. Parole che riecheggiano il sentimento di una parte significativa della popolazione libanese, che percepisce l’azione di Israele come una minaccia esistenziale costante.

Il Contesto: un Libano in ginocchio tra crisi multiple

L’intervento dello Sceicco El-Khatib non può essere compreso appieno senza considerare il contesto drammatico in cui versa il Libano. Il Paese dei Cedri attraversa da anni una crisi economica devastante, definita da molti analisti come una delle peggiori a livello mondiale dalla metà del XIX secolo. A ciò si aggiungono una paralisi politica che ha indebolito le istituzioni statali e le conseguenze ancora tangibili della catastrofica esplosione al porto di Beirut nell’agosto 2020, per la quale nessuno è stato ancora ritenuto responsabile. In questo scenario di fragilità, il conflitto latente con Israele, riesploso con violenza negli ultimi anni, rappresenta un fattore di destabilizzazione permanente che aggrava le sofferenze della popolazione civile.

La Diplomazia Vaticana e la Ricerca della Pace

La visita di Papa Leone XIV, il cui motto è stato “Beati i costruttori di pace”, è stata accolta con enorme speranza da tutte le componenti della società libanese: cristiani, musulmani e drusi. Il Pontefice, nel corso del suo viaggio, ha più volte invocato la pace in Medio Oriente, esortando a respingere “la logica della vendetta e della violenza” per aprire “nuovi capitoli all’insegna della riconciliazione”. Durante il volo di ritorno verso Roma, ha confermato di aver avuto incontri personali con rappresentanti di diversi gruppi legati ai conflitti regionali, sottolineando come la Santa Sede operi “dietro le quinte” per favorire il dialogo. Rispondendo a una domanda specifica su un messaggio ricevuto da Hezbollah, il Papa ha ribadito la posizione della Chiesa: “cercare di convincere le parti a lasciare le armi e la violenza e di venire insieme al tavolo del dialogo per cercare risposte e soluzioni che non sono violente”.

La diplomazia vaticana, storicamente, ha sempre sostenuto la via del negoziato e del diritto internazionale per la risoluzione dei conflitti. Anche in questo caso, l’appello del leader sciita sembra aver trovato un interlocutore attento, consapevole della complessità della situazione ma determinato a promuovere ogni possibile via di pace.

Le Reazioni e le Prospettive Future

Le parole dello Sceicco El-Khatib hanno avuto ampia risonanza, evidenziando come la questione della sicurezza e della sovranità nazionale sia un tema unificante per diverse fazioni libanesi. Anche altre figure religiose, come il Patriarca di Antiochia Mar Ignazio Efraim II, hanno parlato di un “feroce nemico israeliano”, indicando una percezione diffusa del pericolo. La visita papale, secondo diversi osservatori, potrebbe aver gettato un seme di speranza. Subito dopo la partenza del Pontefice, sono emersi segnali di una possibile ripresa del dialogo, con la nomina di un nuovo capo della delegazione libanese per il meccanismo di controllo del cessate il fuoco con Israele. Un piccolo passo, ma significativo in un contesto così teso. La comunità internazionale, sollecitata indirettamente dall’appello al Papa, è ora chiamata a non dimenticare il Libano, un paese che, come ha ricordato il Pontefice, rappresenta un potente esempio di come “unità, riconciliazione e pace sono sempre possibili”.

Di veritas

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