Roma – Un’immagine sbiadita dal tempo, un picnic sotto un grande albero in un giorno del 1971. Quattro ragazzi immortalati in un momento di gioia spensierata, ignari che quel frammento di felicità sarebbe diventato un ricordo struggente di un tempo irripetibile. È da questa potente istantanea che prende le mosse “L’epoca felice”, il nuovo, intenso romanzo di Cristina Comencini, pubblicato da Feltrinelli, che si addentra con grazia e profondità emotiva nei labirinti della memoria, del tempo perduto e della ricerca di sé.

La protagonista, Rosa, è una donna matura, un medico che ha dedicato la sua vita a missioni umanitarie in giro per il mondo, in particolare in Etiopia, salvando i figli di altre madri. Tornata in Italia, si ritrova a fare i conti con un vuoto, una pausa esistenziale che la spinge a confrontarsi con un passato che credeva sepolto. Il ritrovamento casuale di quella vecchia fotografia, in cui si riconosce come una ragazzina dai lunghissimi capelli biondi, innesca in lei un’indagine a ritroso, un bisogno impellente di capire cosa sia accaduto dopo quel giorno felice, perché nulla sia stato più come prima.

Il mistero di un’adolescenza cancellata

Rosa sa di avere un buco nella memoria, un periodo oscuro che coincide con la fine della sua adolescenza. Quei mesi, cancellati dalla sua mente, corrispondono a un ricovero in una “clinica del sonno”, una pratica in voga negli anni Settanta per “curare” i giovani irrequieti e con scarsi risultati scolastici. I suoi genitori, spaventati dalla sua esuberanza e dalla sua natura fantasiosa, avevano preso quella decisione che ha segnato una frattura netta nella sua esistenza, trasformando la ragazza vitale e ribelle in una giovane adulta diligente e fin troppo responsabile.

La fotografia diventa così una chiave, un portale verso quel tempo perduto. Chi ha scattato quella foto? Chi era Francesco, il fotografo di cui ricorda a malapena il volto? E che ne è stato di Marco, il ragazzo con la chitarra, tragicamente scomparso? Per rispondere a queste domande e ricomporre il puzzle della sua vita, Rosa ha bisogno dell’aiuto delle sue sorelle: Margherita, la maggiore, che quella gita la ricorda bene, e Viola, la più giovane, pronta a scardinare insieme a lei i segreti e i silenzi che hanno avvolto la loro famiglia.

La scrittura come strumento di memoria e resistenza

Cristina Comencini, abile regista e scrittrice, affida alla scrittura il compito di far riemergere la verità, come sottolinea un passaggio chiave del romanzo: “Ma la scrittura, più delle centinaia di fotografie che scattava papà, aiuta a ricordare, non trovi? Nelle fotografie puoi isolare quello che vuoi vedere, anche se ogni tanto qualcosa ti sfugge, per fortuna, e rivela ciò che avresti voluto nascondere”. È attraverso la narrazione che i ricordi riaffiorano, che i non detti vengono alla luce e che il passato può essere finalmente compreso e integrato nel presente.

Il romanzo esplora il tema della felicità non come un obiettivo da raggiungere, ma come una “tessitura silenziosa”, una “presenza”, una possibilità da riconoscere. L’adolescenza, con le sue turbolenze e la sua intensità, viene rappresentata come “l’epoca felice” per eccellenza, un momento di autenticità e desiderio assoluto che il mondo adulto spesso reprime. Comencini suggerisce che la salvezza consiste proprio nel ripescare dall’infanzia e dall’adolescenza quei momenti di felicità per alleggerire il peso della vita.

Un romanzo che intreccia storia personale e collettiva

“L’epoca felice” non è solo la storia di Rosa e delle sue sorelle, ma si intreccia con la storia collettiva di un paese, l’Italia degli anni Settanta, un’epoca di grandi fermenti e contraddizioni. La vicenda di Marco, travolto dall’insensatezza della storia, è un richiamo a quegli anni difficili, segnati dalla violenza politica. Il romanzo diventa così una riflessione su come la storia personale sia inestricabilmente legata a quella collettiva e su come le scelte, i silenzi e le paure di una generazione si ripercuotano su quelle successive.

Con uno stile eloquente e una profonda intelligenza emotiva, Cristina Comencini ci regala un romanzo che è un invito a non avere paura della felicità, a custodire i ricordi e a cercare, anche a distanza di decenni, quella parte di noi che abbiamo lasciato indietro, perché, come suggerisce il libro, “l’adolescenza è l’ultima occasione. Se non capiamo cosa ci è successo in quegli anni, rifacciamo continuamente gli stessi errori”.

Di euterpe

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