Un’ombra di profonda incertezza si allunga sul futuro dell’integrazione latinoamericana. A lanciare l’allarme, con parole tanto dure quanto inequivocabili, è stato il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, giunto a Bogotà, in Colombia, per partecipare al decimo vertice dei capi di Stato e di governo della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC). “La CELAC sta praticamente cessando di esistere”, ha dichiarato Lula, puntando il dito contro la “crescita dell’estrema destra che sta allontanando i Paesi”. Questo monito, pronunciato prima dell’inizio ufficiale dei lavori, ha immediatamente definito il clima di un incontro già segnato da preoccupanti defezioni.
Un Vertice Svuotato: Solo Tre Presidenti Presenti
A testimoniare la crisi che attraversa il blocco regionale, composto da 33 nazioni, è la desolante conta delle presenze al più alto livello. Oltre a Lula, infatti, solo il padrone di casa, il presidente colombiano Gustavo Petro, e il neoeletto presidente di turno dell’Uruguay, Yamandú Orsi, hanno risposto all’appello. Una partecipazione così esigua è un segnale inequivocabile delle profonde divisioni e della perdita di slancio che affliggono un organismo nato con l’ambiziosa promessa di creare uno spazio di dialogo e cooperazione politica alternativo all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), fortemente influenzata dalla presenza degli Stati Uniti.
L’assenza di numerosi leader regionali non fa che confermare l’analisi di Lula, secondo cui l’avanzata di correnti politiche nazionaliste e di estrema destra ha eroso gli spazi di integrazione faticosamente costruiti a partire dagli anni Duemila. Questi movimenti, spesso critici nei confronti del multilateralismo e orientati verso un allineamento più stretto con potenze extra-regionali, vedono con sospetto organismi come la CELAC, percepiti come fori a trazione progressista.
Le Radici della Crisi: Debolezza Istituzionale e Frammentazione Politica
Secondo il presidente brasiliano, uno dei principali promotori della CELAC e di altri forum regionali come l’UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane), la crisi attuale non è solo ideologica ma anche strutturale. Lula ha lamentato la mancanza di “meccanismi solidi”, come ad esempio una banca regionale, che possano dare concretezza ai progetti di cooperazione e rendere l’integrazione un vantaggio tangibile per i cittadini. “Se rimane divisa, l’America del Sud non ha alcuna possibilità” di competere e far sentire la propria voce di fronte alle grandi potenze globali, ha sottolineato il leader brasiliano.
In un discorso tenuto durante la cerimonia di consegna di un dottorato honoris causa postumo all’ex presidente uruguaiano José “Pepe” Mujica, Lula ha ricordato con nostalgia il clima politico degli anni 2000, quando presidenti di sinistra e di destra riuscivano a collaborare per la creazione di organismi comuni. Ha citato persino l’ex presidente colombiano Álvaro Uribe, “considerato di estrema destra”, come un partecipante attivo dell’UNASUR, a dimostrazione di come un tempo il dialogo fosse possibile al di là delle differenze ideologiche.
Il Passaggio di Consegne e le Sfide Future
Nonostante il clima cupo, il vertice di Bogotà ha visto un momento istituzionale importante: il passaggio della presidenza pro tempore della CELAC dalla Colombia all’Uruguay. Il presidente Gustavo Petro ha consegnato simbolicamente il martelletto e la bandiera dell’organizzazione al suo omologo uruguaiano, Yamandú Orsi. Nel suo discorso di insediamento, Orsi ha assicurato l’impegno del suo paese a “rafforzare il dialogo e la cooperazione regionale”. Ha inoltre evidenziato alcune delle priorità per il suo mandato, tra cui la sicurezza alimentare, la transizione energetica e, con particolare enfasi, la lotta al crimine organizzato transnazionale, definendolo una delle sfide più urgenti per la regione. Orsi ha ricordato un dato drammatico: l’America Latina e i Caraibi, con solo l’8% della popolazione mondiale, concentrano oltre il 30% degli omicidi del pianeta, un fenomeno strettamente legato al narcotraffico e al traffico illecito di armi.
Il vertice è stato anche l’occasione per il primo Forum di alto livello CELAC-Africa, a testimonianza della volontà di alcuni leader di esplorare nuove alleanze Sud-Sud. Lo stesso Lula, nel suo intervento, ha criticato la passività del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di fronte ai conflitti globali e ha lanciato un monito contro i rischi di un “nuovo colonialismo”, denunciando i tentativi esterni di controllare i minerali strategici latinoamericani, fondamentali per le nuove tecnologie.
Un Bivio per l’America Latina
Le parole di Lula a Bogotà non sono solo la constatazione di una crisi, ma anche un appello accorato a invertire la rotta. Il presidente brasiliano ha criticato aspramente quei paesi che credono che attori esterni, come l’ex presidente statunitense Donald Trump, possano risolvere i problemi della regione. “Chi risolverà i problemi del Sud America siamo noi”, ha affermato con forza. L’avvertimento è chiaro: la frammentazione politica e l’abbandono dei progetti di integrazione lasciano il continente più debole e vulnerabile alle ingerenze esterne e alle turbolenze dell’economia globale. La CELAC si trova a un bivio cruciale: o riuscirà a ritrovare un senso di unità e uno scopo comune, superando le divisioni ideologiche, oppure rischia di diventare, come teme Lula, un guscio vuoto, un’altra occasione mancata nella lunga e tortuosa storia dell’integrazione latinoamericana.
