Una nuova, significativa evoluzione scuote le fondamenta già complesse del caso di Liliana Resinovich, la 63enne triestina scomparsa il 14 dicembre 2021 e ritrovata senza vita il 5 gennaio 2022 nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste. La Procura ha aperto un fascicolo parallelo a quello per omicidio, che vede come unico indagato il marito della donna, Sebastiano Visintin. In questo nuovo procedimento, l’ipotesi di reato è quella di frode processuale e nel registro degli indagati è stato iscritto un secondo nome: quello di Giacomo Molinari, il preparatore anatomopatologo che partecipò all’esame autoptico sul corpo della vittima.
Il giallo della vertebra rotta
Il fulcro di questa nuova inchiesta risiede in un dettaglio anatomico che da mesi alimenta dubbi e sospetti: la frattura di una vertebra. Fu lo stesso Molinari, in un secondo momento, a dichiarare spontaneamente di aver forse provocato lui stesso la lesione durante le manovre preparatorie per l’autopsia, eseguita l’11 gennaio 2022. Una versione dei fatti che, tuttavia, è stata categoricamente smentita dai consulenti di parte di Sergio Resinovich, fratello di Liliana. I professori Vittorio Fineschi e Stefano D’Errico, infatti, sostengono che un’analisi specialistica sulla TAC effettuata sul cadavere l’8 gennaio 2022, quindi prima dell’autopsia, avrebbe confermato che la frattura era già presente. Questa divergenza è cruciale: se la vertebra fosse stata rotta prima della morte, potrebbe essere il segno di un’aggressione o di una colluttazione subita da Liliana, avvalorando l’ipotesi dell’omicidio.
Proprio in virtù di questa discrepanza, Sergio Resinovich aveva presentato una querela per falso nei confronti del tecnico, ipotizzando un tentativo di inquinare le prove e di depistare le indagini, indirizzandole verso la tesi del suicidio, inizialmente considerata e poi scartata. Se le dichiarazioni di Molinari si rivelassero mendaci, l’accusa di frode processuale, come previsto dall’articolo 374 del codice penale, potrebbe diventare un pilastro per sostenere l’ipotesi di un depistaggio volto a mascherare un delitto.
Le reazioni e le posizioni
La notizia dell’iscrizione di Molinari nel registro degli indagati è stata diffusa dalla trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” e successivamente confermata a diverse testate giornalistiche sia da Sergio Resinovich che dallo stesso Sebastiano Visintin. Quest’ultimo, parlando con il quotidiano online Open, ha descritto Molinari come “una persona un po’ bizzarra, un po’ così, però, sincera”, ribadendo la versione del tecnico secondo cui avrebbe sentito un “crack” durante una manovra sul corpo. Dal canto suo, Molinari, raggiunto dal quotidiano Il Piccolo, ha affermato di non aver ricevuto alcuna notifica ufficiale in merito.
L’avvocato di Sergio Resinovich, Nicodemo Gentile, ha sottolineato come il suo assistito abbia presentato numerosi esposti e che questa nuova indagine potrebbe essere il frutto di tali insistenze. La famiglia di Liliana, in particolare il fratello Sergio e la cugina Silva Radin, non ha mai creduto all’ipotesi del suicidio e da anni si batte per ottenere verità e giustizia, lamentando la lentezza e le presunte lacune investigative.
Il contesto dell’indagine principale
Questa nuova indagine per frode processuale si innesta in un quadro investigativo per omicidio che prosegue a rilento. Sebastiano Visintin rimane l’unico indagato per la morte della moglie. Le indagini si sono concentrate su diversi elementi, tra cui:
- L’analisi dei suoi dispositivi elettronici e di una GoPro, dalla quale sarebbero state cancellate delle registrazioni che avrebbero potuto confermare il suo alibi.
- Il ritrovamento di tracce di zirconio sulle scarpe di Liliana. Questa sostanza è utilizzata, tra le altre cose, per l’affilatura professionale dei coltelli, un’attività che Visintin svolgeva.
La Procura ha recentemente ottenuto una proroga per il deposito della perizia definitiva, con la prossima udienza fissata per il 26 giugno. Gli esperti stanno completando analisi genetiche e dattiloscopiche su reperti delicati, come il cordino trovato attorno al collo di Liliana, alla ricerca di tracce di DNA che possano finalmente fare luce su una vicenda che, a quasi cinque anni dai fatti, presenta ancora troppe ombre.
