Un sospiro di sollievo, seppur cauto, pervade le borse mondiali nell’ultima seduta di una settimana che ha tenuto gli operatori con il fiato sospeso. I listini azionari, dall’Asia all’Europa, passando per i future di Wall Street, mostrano segnali di ripresa, cercando di lasciarsi alle spalle le pesanti perdite accumulate a causa delle crescenti tensioni geopolitiche. Al centro delle preoccupazioni degli investitori resta il conflitto in Medioriente, che vede contrapposti Israele e Stati Uniti all’Iran, un’escalation che rischia di avere conseguenze profonde e durature sull’economia globale. La domanda che tutti si pongono è una sola: quanto durerà la crisi e quali saranno i suoi reali impatti?
L’epicentro della crisi: lo Stretto di Hormuz e la corsa del petrolio
Il cuore della crisi, come spesso accade in quest’area del mondo, è legato all’energia. L’Iran ha minacciato e di fatto quasi bloccato il transito nello Stretto di Hormuz, un collo di bottiglia fondamentale per il commercio mondiale attraverso cui passa circa un quinto del petrolio globale. Questa mossa ha immediatamente infiammato i prezzi del greggio. Il Brent del Mare del Nord è schizzato verso i 90 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (WTI) ha superato gli 87 dollari, toccando i massimi da diversi mesi. L’impennata dei prezzi è stata esacerbata anche da notizie di tagli alla produzione in Kuwait e Iraq e da attacchi a infrastrutture energetiche strategiche, come il terminal saudita di Ras Tanura.
Di fronte a questo scenario, gli Stati Uniti stanno valutando contromisure per calmierare il mercato, inclusa la possibilità di attingere alle proprie riserve strategiche di petrolio. Nonostante i tentativi di rassicurazione da parte dell’amministrazione americana, la tensione resta palpabile. La chiusura dello stretto, ora classificato come “zona di operazioni belliche”, ha di fatto intrappolato centinaia di navi e migliaia di marittimi, paralizzando il traffico commerciale e mettendo a rischio le catene di approvvigionamento globali. Analisti di spicco, come quelli di Goldman Sachs, avvertono che una chiusura prolungata potrebbe spingere il Brent stabilmente oltre la soglia dei 100 dollari al barile, con inevitabili ripercussioni sull’inflazione a livello mondiale.
La reazione dei mercati: un rimbalzo fragile
Nonostante il quadro geopolitico a tinte fosche, i mercati azionari hanno mostrato una sorprendente resilienza nell’ultima giornata. Vediamo nel dettaglio la situazione:
- Asia: I listini asiatici hanno registrato un netto rialzo, sebbene chiudano quella che è stata la peggior settimana dal marzo 2020. Tokyo (Nikkei 225) ha guadagnato lo 0,6%, Hong Kong (Hang Seng) l’1,7%, e Seul (Kospi) ha messo a segno un impressionante +3,4%. Anche le borse cinesi di Shenzhen e Shanghai hanno chiuso in territorio positivo, rispettivamente con +0,9% e +0,4%. Unica nota stonata è Sydney, che ha ceduto l’1%.
- Europa: Anche il Vecchio Continente ha tirato un sospiro di sollievo. I future sull’Euro Stoxx 50, l’indice che raggruppa le 50 aziende a maggiore capitalizzazione dell’Eurozona, sono avanzati dell’1%. Tuttavia, i principali indici europei si avviano a chiudere la settimana con perdite significative, intorno al 5%.
- Wall Street: Oltreoceano, i future indicano un’apertura positiva, seppur più contenuta. Il Nasdaq mostra un progresso dello 0,2% e l’S&P 500 dello 0,1%.
Questo rimbalzo, tuttavia, è visto da molti analisti come tecnico e fragile. L’incertezza domina e gli investitori si muovono con estrema cautela. Il dollaro si è rafforzato, agendo da bene rifugio in un momento di turbolenza, a discapito dell’oro che, dopo una corsa iniziale, ha visto le sue quotazioni scendere, cedendo l’1,1% a 5.107 dollari l’oncia.
I dati macro in secondo piano, ma non per molto
In un contesto così dominato dalla geopolitica, i dati macroeconomici sono passati quasi inosservati. Tuttavia, l’attenzione degli operatori è pronta a spostarsi su due appuntamenti chiave:
- PIL dell’Eurozona: Sarà pubblicato il dato relativo al Prodotto Interno Lordo del quarto trimestre. Questa cifra fornirà un quadro più chiaro dello stato di salute dell’economia europea, già alle prese con un rallentamento e un divario di crescita crescente rispetto agli Stati Uniti. Un dato debole potrebbe ulteriormente innervosire i mercati.
- Mercato del lavoro USA: Come ogni primo venerdì del mese, verranno rilasciati i dati sull’occupazione negli Stati Uniti. Un mercato del lavoro ancora robusto potrebbe influenzare le prossime decisioni della Federal Reserve in materia di tassi di interesse, un altro fattore cruciale per l’andamento dei mercati globali.
L’interazione tra lo shock energetico, le tensioni geopolitiche e questi dati macroeconomici determinerà la direzione dei mercati nelle prossime settimane. Un’inflazione rinvigorita dal caro-petrolio potrebbe infatti costringere le banche centrali a mantenere politiche monetarie restrittive più a lungo del previsto, frenando la crescita economica.
