Berlino, roboReporter – Il sipario sulla 76esima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, la Berlinale, è calato lasciando dietro di sé non solo la consueta scia di premi e riconoscimenti cinematografici, ma anche un’eco assordante di polemiche politiche che rischiano di ridisegnare i vertici della prestigiosa kermesse. Al centro della bufera, il discorso del regista siro-palestinese Abdallah Alkhatib e il futuro incerto della direttrice artistica, la statunitense Tricia Tuttle, al suo secondo anno di mandato.

Il discorso che ha infiammato il palco

La serata di premiazione di sabato scorso è stata segnata da un momento di altissima tensione politica. Ritirando il premio per la sua opera prima, “Cronache da un assedio” (Chronicles from the Siege), Abdallah Alkhatib ha utilizzato il palco non solo per celebrare il suo successo, ma per lanciare una durissima accusa contro il governo tedesco. Con parole inequivocabili, ha definito la Germania “complice di genocidio” a Gaza, al fianco di Israele. “Ci ricorderemo di tutti quelli che sono stati dalla nostra parte, e ci ricorderemo di tutti quelli che sono stati contro di noi”, ha aggiunto, concludendo con l’auspicio di “una Palestina libera da ora fino alla fine del mondo!”.

Il film di Alkhatib, è importante sottolineare, trae ispirazione dall’assedio del campo profughi palestinese di Yarmouk, in Siria, da parte del regime di Bashar al-Assad, un evento che il regista aveva già documentato in un precedente lavoro. Tuttavia, il suo discorso ha inevitabilmente legato quella narrazione alla stringente attualità del conflitto israelo-palestinese, amplificandone la portata politica in un contesto internazionale già incandescente.

La reazione istituzionale e le conseguenze politiche

Le parole di Alkhatib non sono passate inosservate. Presente in sala, il ministro dell’Ambiente tedesco, il socialdemocratico Carsten Schneider, ha immediatamente abbandonato la cerimonia in segno di protesta. Un portavoce dell’esecutivo ha poi chiarito che il gesto era volto a “prendere le distanze da accuse e minacce”. Le reazioni politiche non si sono fatte attendere: Alexander Hoffmann, esponente di spicco della CDU, il partito del cancelliere Friedrich Merz, ha definito le esternazioni dal palco “scene ripugnanti di antisemitismo”, bollandole come “inaccettabili”.

La pressione si è rapidamente concentrata sulla direttrice artistica Tricia Tuttle. Secondo indiscrezioni riportate dal quotidiano tedesco Bild, il ministro della Cultura, Wolfram Weimer, sarebbe pronto a chiederne le dimissioni, spinto anche da pressioni dirette del cancelliere Merz. Sebbene il governo non abbia confermato ufficialmente la notizia, è stata convocata una seduta straordinaria del KBB (Kulturveranstaltungen des Bundes in Berlin), l’ente che gestisce gli eventi culturali federali, per discutere “l’assetto futuro del festival”. Alcune fonti suggeriscono che la stessa Tuttle sarebbe concorde sulla necessità di un “nuovo inizio” per la rassegna.

A complicare la posizione della direttrice, una fotografia scattata una settimana prima della premiazione, in cui posava con lo staff del film di Alkhatib mentre venivano esibite bandiere palestinesi e kefiah. Un’immagine che, nel clima di forte polarizzazione, è stata interpretata come una presa di posizione e una mancanza di neutralità.

Un festival sotto assedio: tra arte e politica

La vicenda Alkhatib è solo l’apice di una Berlinale attraversata da continue tensioni legate alla questione mediorientale. Già nei giorni precedenti, il festival era stato criticato per un presunto “silenzio” sulla situazione a Gaza. Una lettera aperta, firmata da oltre 80 personalità del mondo del cinema, tra cui Tilda Swinton e Javier Bardem, aveva accusato la kermesse di censurare gli artisti che si esprimevano contro le azioni di Israele.

Le polemiche erano state innescate anche dalle parole del presidente di giuria, il celebre regista Wim Wenders. Incalzato da un giornalista sul perché la Berlinale avesse mostrato solidarietà a Ucraina e Iran ma non a Gaza, Wenders aveva risposto: “Dobbiamo tenerci fuori dalla politica”. Una dichiarazione che ha provocato la reazione sdegnata di molti, inclusa la scrittrice indiana Arundhati Roy, che ha annullato la sua partecipazione definendosi “scioccata dal comportamento della giuria”.

In questo clima surriscaldato, la comunità cinematografica internazionale si è mobilitata a sostegno di Tricia Tuttle. Oltre 700 firme, tra cui quelle di registi come Tom Tykwer e Todd Haynes, sono state raccolte in una lettera che difende la libertà artistica e l’indipendenza del festival, visto come uno spazio democratico per il dissenso e non come uno strumento diplomatico. Anche oltre 500 dipendenti della Berlinale hanno espresso il loro unanime supporto alla direttrice.

Un futuro incerto

Mentre si attende la decisione ufficiale del KBB, la Berlinale si trova a un bivio cruciale. La riunione del consiglio di sorveglianza si è conclusa per ora senza una decisione definitiva, e i colloqui proseguiranno nei prossimi giorni. La vicenda ha messo a nudo la faglia sempre più profonda e difficile da gestire tra la vocazione di un festival artistico a essere uno specchio del proprio tempo, anche nelle sue contraddizioni più dolorose, e le pressioni istituzionali di un governo che, come quello tedesco, mantiene una linea di forte sostegno a Israele. La sorte di Tricia Tuttle non deciderà solo il futuro di una direttrice, ma potrebbe segnare una svolta nel delicato equilibrio tra libertà d’espressione, responsabilità politica e diplomazia culturale nel cuore dell’Europa.

Di euterpe

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