PERUGIA – Un’aula di tribunale gremita, un silenzio carico di nove anni di attesa, poi la lettura di una sentenza che, ancora una volta, lascia un’eco di dolore e rabbia. La Corte d’Appello di Perugia ha scritto un nuovo capitolo nella complessa vicenda giudiziaria della tragedia di Rigopiano, emettendo un verdetto nel processo d’appello bis che ha sancito tre condanne, cinque assoluzioni e due prescrizioni. Una decisione che non chiude le ferite, ma al contrario le riapre, come dimostra la reazione veemente dei familiari delle 29 vittime di quella valanga che il 18 gennaio 2017 spazzò via l’hotel a Farindola, in provincia di Pescara.
L’immagine più potente di questa giornata non è legata a codici o procedure, ma al gesto di una madre, quella di Stefano Feniello, una delle giovani vite spezzate. Davanti alle lacrime di commozione dell’avvocato dell’ex sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, per la sua assoluzione, la donna ha mostrato la foto del figlio gridando parole che hanno squarciato il silenzio dell’aula: “Si piange per la morte di un figlio, non per un’assoluzione”. Una frase che racchiude tutto il dramma di chi cerca giustizia da quasi un decennio e si scontra con una verità processuale percepita come parziale e inaccettabile.
La Sentenza dell’Appello Bis nel Dettaglio
Dopo oltre otto ore di camera di consiglio, i giudici di Perugia hanno emesso la loro decisione. Sono stati condannati a due anni di reclusione (pena sospesa) per disastro colposo tre ex dirigenti della Regione Abruzzo: Pierluigi Caputi, Carlo Visca e Vincenzo Antenucci. La loro responsabilità, secondo l’accusa, risiederebbe nella mancata predisposizione e applicazione della Carta di Localizzazione del Pericolo Valanghe, un documento che avrebbe potuto prevenire la tragedia.
Sono stati invece assolti “perché il fatto non costituisce reato” l’ex sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, l’ex tecnico comunale Enrico Colangeli e altri tre dirigenti regionali: Carlo Giovani, Sabatino Belmaggio ed Emidio Primavera. Per due ex dirigenti della Provincia di Pescara, Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio, è intervenuta la prescrizione. Una decisione che modifica sostanzialmente i precedenti gradi di giudizio: in primo grado a Pescara ci furono 5 condanne e 25 assoluzioni, mentre nell’appello a L’Aquila le condanne erano salite a 8, prima che la Cassazione a fine 2024 annullasse parte delle decisioni, disponendo un nuovo processo di secondo grado.
Le Reazioni: “A Noi Hanno Dato l’Ergastolo”
La lettura del dispositivo ha scatenato la disperazione e la rabbia dei parenti. “Mentre gli altri vengono prescritti o condannati con pena sospesa, a noi hanno dato l’ergastolo. Ma quale serenità? Io so solo che mia figlia non tornerà più”, è stato lo sfogo di Marcello Martella, padre della 24enne Cecilia. Gianluca Tanda, portavoce del Comitato parenti delle vittime e fratello di Marco, ha rincarato la dose: “Non si può parlare di serenità, dopo questa sentenza. Non è questa la verità che cercavamo fin dall’inizio, mi spiace, ma per me non si tratta di una sentenza storica”.
Le lacrime dell’avvocata dell’ex sindaco Lacchetta sono state vissute come un affronto. “Ho trovato le lacrime dell’avvocato irrispettose nei confronti delle vittime. Noi da nove anni piangiamo sulla tomba dei nostri cari, mendicando un po’ di giustizia”, ha aggiunto Paola Ferretti, madre del receptionist Emanuele Bonifazi. La sensazione diffusa tra i familiari è quella di una giustizia incompiuta, che riconosce solo in parte le responsabilità di una tragedia che, a loro avviso, poteva e doveva essere evitata.
Il Futuro Giudiziario: Si Pensa alla Cassazione
La parola “fine” su questa vicenda è ancora lontana. I legali dei tre dirigenti regionali condannati hanno già annunciato l’intenzione di ricorrere in Cassazione, in attesa di leggere le motivazioni della sentenza. L’avvocato di Carlo Visca, ad esempio, sostiene che un elemento dirimente sia il fatto che la Carta Valanghe sia stata adottata nel 2014, quando il suo assistito aveva già terminato il suo incarico in Regione nel 2012. Anche la Procura Generale di Perugia sta valutando un possibile ricorso, in particolare riguardo alle assoluzioni.
Dall’altra parte, anche i familiari, attraverso i loro legali di parte civile, potrebbero decidere di rivolgersi nuovamente alla Suprema Corte, quantomeno per gli effetti civili. La strada verso una verità definitiva si preannuncia ancora lunga e dolorosa.
Il Contesto e le Istituzioni
La tragedia di Rigopiano avvenne il 18 gennaio 2017, quando una valanga di 120mila tonnellate, staccatasi dal Monte Siella dopo forti scosse di terremoto, travolse l’hotel. All’interno della struttura c’erano 40 persone; solo 11 sopravvissero. La strada per raggiungere l’albergo era bloccata da un’eccezionale nevicata, e i soccorsi arrivarono con drammatico ritardo.
Il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, ha commentato la sentenza esprimendo vicinanza ai familiari e sottolineando come le lungaggini processuali non facciano che “spargere altro sale sulle ferite”. “Accogliamo la sentenza con rispetto e con il profondo senso di responsabilità che spetta alle Istituzioni”, ha dichiarato, aggiungendo di attendere le motivazioni per una valutazione più completa. L’ex sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, che aveva rinunciato alla prescrizione per non lasciare ombre sulla verità, ha parlato di “nove anni di sofferenza”, sottolineando come la sentenza sia importante anche per i sindaci dei piccoli comuni, spesso lasciati soli a gestire enormi responsabilità.
L’appello disperato dei familiari, al di là delle aule di tribunale, è che quanto accaduto diventi una lezione. Come ha detto Antonella Pastorelli, mamma di Alessandro Riccetti: “Oltre la giustizia, è fondamentale che quanto accaduto insegni e ribadisca a tutti come ci si deve comportare in casi del genere. Perché non succeda più”. Una richiesta che va oltre la pena e invoca una cultura della prevenzione e della responsabilità, affinché la memoria delle 29 vittime di Rigopiano non sia vana.
