CUNEO – Alla già pesante ombra dell’ergastolo si aggiunge un’altra macchia sul curriculum criminale di Umberto Onda, 49 anni, figura di spicco del clan camorristico Gionta di Torre Annunziata (Napoli). Il tribunale di Cuneo ha inflitto al boss una nuova condanna a undici mesi di reclusione per i reati di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. I fatti, emblematici della tracotanza con cui certi vertici della criminalità organizzata continuano a sfidare lo Stato anche in regime di massima sicurezza, si sono verificati nel 2022 all’interno del carcere cuneese di Cerialdo, dove Onda era temporaneamente recluso.
LE MINACCE NEL REPARTO DI MASSIMA SICUREZZA
L’episodio che ha portato alla nuova sentenza risale all’agosto del 2022, nel cuore del reparto destinato ai detenuti sottoposti al regime del 41 bis, il cosiddetto “carcere duro”. Durante l’ora d’aria, Umberto Onda avrebbe violato le rigide regole del regime detentivo, aprendo gli spioncini delle celle per comunicare con altri reclusi. Un assistente capo della Polizia Penitenziaria, in servizio nel reparto, lo ha prontamente richiamato al rispetto del regolamento. Ne è scaturito un diverbio, rapidamente degenerato in minacce esplicite e inquietanti da parte del boss.
La testimonianza dell’agente in aula è stata agghiacciante e dettagliata: “Disse che sapeva che sono di Avellino, citando il mio quartiere di provenienza. Aveva detto che sarebbe venuto a prendermi a casa anche quando fossi stato in pensione”. Parole che non lasciano spazio a interpretazioni, un chiaro messaggio intimidatorio che mira a colpire la sfera personale e a proiettare un’ombra di paura ben oltre le mura del carcere e la durata del servizio attivo. La minaccia, secondo la ricostruzione, è stata poi rincarata da un’ulteriore, sinistra precisazione: “È quando siete in pensione che dovete preoccuparvi di più”.
UN TRASFERIMENTO SEGNATO DALLA VIOLENZA
La permanenza di Onda a Cuneo è stata breve, ma turbolenta. Il boss era stato trasferito nel penitenziario piemontese nel 2022 dopo un altro grave episodio di violenza avvenuto nel carcere Le Vallette di Torino. Anche in quell’occasione, Onda si era reso protagonista di un’aggressione fisica ai danni di un agente della polizia penitenziaria, colpito con un pugno al volto. Questo precedente, a solo un mese di distanza dai fatti di Cuneo, dipinge il ritratto di un detenuto che non ha perso la sua pericolosità né la sua attitudine a imporre con la violenza e l’intimidazione la propria figura, anche in un contesto di massima sicurezza.
Attualmente, Umberto Onda è detenuto nel carcere di Sassari, sempre in regime di 41 bis. La sua difesa, durante il processo a Cuneo a cui ha assistito in videoconferenza, ha negato le accuse, sostenendo che fosse stato lo stesso agente a rivelargli la sua provenienza. Una versione che, evidentemente, non ha convinto il giudice, il quale ha riconosciuto la colpevolezza del boss.
CHI È UMBERTO ONDA: IL KILLER “STRAGISTA” DEL CLAN GIONTA
Umberto Onda, noto negli ambienti criminali come “Umbertino”, non è un nome qualunque. Considerato l’erede designato del boss storico Valentino Gionta, è stato per anni il capo dell’ala militare e stragista del clan. Il suo nome è legato a una sanguinosa faida di camorra che ha insanguinato l’area vesuviana tra il 1998 e il 2004, in particolare contro il clan rivale Gallo-Limelli-Vangone. È stato condannato a più ergastoli per diversi omicidi, tra cui quello di Anna Barbera, una donna di 63 anni uccisa per aver sputato in tribunale contro gli assassini del figlio.
Inserito nell’elenco dei 100 latitanti più pericolosi d’Italia, la sua fuga è terminata nel giugno del 2010, quando i Carabinieri lo hanno arrestato a Brindisi, appena sbarcato da un traghetto proveniente dalla Grecia dopo tre anni di latitanza. La sua cattura segnò un punto di svolta importante nella lotta al clan Gionta, una delle organizzazioni più potenti e feroci della camorra napoletana.
IL 41 BIS: STRUMENTO DI LOTTA ALLA MAFIA E SFIDA PER LO STATO
L’episodio del carcere di Cuneo riaccende i riflettori sulla complessità della gestione dei detenuti al 41 bis. Questo regime detentivo speciale, introdotto per recidere i legami tra i boss in carcere e le loro organizzazioni criminali all’esterno, rappresenta uno strumento fondamentale nel contrasto alla mafia. Tuttavia, esso pone costanti sfide per l’amministrazione penitenziaria e per il personale che vi opera, costretto a confrontarsi quotidianamente con la protervia di individui che, anche privati della libertà, cercano di mantenere ed esercitare il proprio potere intimidatorio. La condanna di Umberto Onda a Cuneo è una risposta ferma dello Stato, un segnale che nessuna minaccia, per quanto velata, può restare impunita, neanche all’interno del “carcere duro”.
