PERUGIA – Un monito severo, argomentato e privo di sconti quello lanciato da Raffaele Cantone, procuratore della Repubblica di Perugia ed ex presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), nei confronti della riforma della giustizia. In una recente e approfondita intervista concessa alla rivista specializzata “Giustizia insieme”, il magistrato ha espresso la sua totale contrarietà a un impianto normativo che, a suo dire, mancherebbe il bersaglio dei veri problemi che affliggono il sistema giudiziario italiano, introducendo al contempo rischi significativi per l’autonomia e l’efficacia della magistratura.
UNA RIFORMA CHE “NON INCIDERÀ SUI PROBLEMI REALI”
Il cuore della critica di Cantone risiede nella convinzione che la legge costituzionale in discussione, pur presentata come una “riforma della giustizia”, non apporterà alcuna soluzione concreta alle croniche difficoltà del settore. “Malgrado qualcuno qualifichi la legge costituzionale come ‘riforma della giustizia’, essa non inciderà in alcun modo sui tanti problemi che affliggono la giustizia”, ha dichiarato senza mezzi termini. Il procuratore auspica che, una volta terminata la fase di scontro elettorale, si possa ristabilire un “clima di dialogo” costruttivo per affrontare le vere emergenze.
IL RISCHIO DI UNA MAGISTRATURA “CONFORMISTA”
Uno degli effetti più deleteri paventati da Cantone riguarda un potenziale cambiamento nell’atteggiamento dei magistrati. “Ritengo che da questa riforma potrebbe derivare un effetto non credo positivo per i cittadini e cioè che la magistratura, che si senta meno tutelata, potrebbe essere molto più conformista nelle sue scelte, adeguandosi ai precedenti, e meno attenta a farsi carico dei cambiamenti sociali”. Un’involuzione che, secondo il procuratore, andrebbe a scapito di una giustizia dinamica e capace di interpretare le evoluzioni della società.
LA DIFESA DEL PM E LA “CULTURA DELLA GIURISDIZIONE”
Cantone ha dedicato un passaggio fondamentale della sua analisi alla figura del pubblico ministero, così come delineata nell’ordinamento italiano. A suo avviso, la separazione delle carriere minerebbe un pilastro del sistema attuale. “Per come viene intesa la figura del pubblico ministero nel nostro ordinamento e nel sistema processuale”, ha spiegato, “è indispensabile che sia portatore di una cultura della giurisdizione, intesa come attenzione al rispetto dei diritti di difesa dell’indagato ma anche delle persone offese e della presunzione di non colpevolezza”.
Ha poi precisato con forza il ruolo del PM, distinguendolo nettamente da altre figure presenti in ordinamenti stranieri: “Il ‘nostro’ pubblico ministero non è né un ‘avvocato dell’accusa’ né un ‘avvocato della polizia’; non deve sposare tesi preconcette e non deve puntare alla condanna a tutti i costi, ma alla ricerca della verità, non quella assoluta ovviamente ma quella processuale”. Una visione che, secondo Cantone, verrebbe compromessa dalla creazione di due carriere distinte e non comunicanti, che rischierebbe di trasformare il PM in un “super poliziotto” o in un “avvocato della polizia”.
IL VALORE DELLA “CONTAMINAZIONE” CULTURALE
A sostegno della sua tesi, Cantone ha citato la sua esperienza personale presso l’ufficio del massimario, considerato parte della magistratura giudicante, definendola “fondamentale” per la sua “maturazione anche culturale”. È proprio questa “contaminazione di culture diverse”, che la riforma costituzionale intende eliminare, ad essere “utilissima per instillare la corretta mentalità in chi deve svolgere funzioni requirenti”. L’interscambio tra le funzioni, seppur già limitato dalla riforma Cartabia, è visto come un arricchimento indispensabile per mantenere l’equilibrio del sistema.
I DATI SMENTISCONO LA “COLLEGANZA” TRA GIUDICI E PM
Cantone ha inoltre smontato uno dei principali argomenti dei sostenitori della riforma: la presunta mancanza di terzietà del giudice a causa del rapporto di “colleganza” con il pubblico ministero. I dati, secondo il procuratore di Perugia, dimostrano l’esatto contrario. “I giudici assolvono in quasi il 50% dei casi i soggetti per i quali i pm avevano chiesto il processo, a dimostrazione di quanto sia irrilevante l’essere colleghi!”, ha sottolineato. Un dato numerico che, a suo parere, fa “giustizia dei paventati rischi della colleganza”.
Il magistrato ha anche respinto l’idea che la separazione sia una conseguenza necessaria della riforma del giusto processo del 1999, evidenziando come in quasi trent’anni la Corte Costituzionale non abbia mai sollevato dubbi sulla compatibilità dell’ordinamento attuale con l’articolo 111 della Costituzione.
PREOCCUPAZIONI PER IL FUTURO ASSETTO DELLA MAGISTRATURA
L’analisi di Cantone si estende anche alle future implicazioni della riforma, che lascerebbe ampi spazi di intervento al legislatore ordinario. Questo aspetto è considerato particolarmente discutibile, poiché il vero volto della magistratura del futuro emergerà solo con i decreti attuativi. Il timore è che si vada verso una “vera separazione delle magistrature”, con la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti, uno per i giudici e uno per i PM, e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare. Questo, secondo Cantone, potrebbe rendere il pubblico ministero un organo sempre più autoreferenziale e potente, che in futuro potrebbe richiedere un contrappeso attraverso un controllo governativo, minando l’indipendenza dell’intero ordine giudiziario.
