Taranto – La vertenza dei lavoratori di Vestas Italia a Taranto si inasprisce di giorno in giorno, trasformandosi in un simbolo della lotta per la salvaguardia dell’occupazione e del tessuto industriale del Mezzogiorno. Da dodici giorni, i dipendenti dello stabilimento ionico sono in sciopero e presidio permanente, una mobilitazione ad oltranza scattata contro la decisione unilaterale dell’azienda di chiudere il magazzino di Taranto e trasferire 32 lavoratori presso la sede di San Nicola di Melfi, in provincia di Potenza, a partire dal prossimo 1° marzo. Una scelta che i sindacati definiscono un “licenziamento mascherato” e l’ennesimo colpo a un’area già martoriata dalla crisi.
Le ragioni della protesta: una scelta unilaterale
La mobilitazione, sostenuta con forza dalle sigle sindacali Fiom-Cgil e Uilm-Uil, è nata in risposta a quella che viene percepita come una decisione calata dall’alto, senza alcun confronto preventivo con le rappresentanze dei lavoratori. Secondo quanto riportato dai sindacati, l’azienda avrebbe giustificato il trasferimento con la necessità di un’ottimizzazione logistica che porterebbe a un vantaggio economico del 15%. Una motivazione che, tuttavia, non convince affatto i diretti interessati. “Da una parte c’è chi con dignità continua a scioperare per impedire la chiusura del magazzino e il conseguente trasferimento a Melfi e dall’altra parte chi, fregandosene dei lavoratori e di un intero territorio, decide di chiudere un insediamento industriale”, ha dichiarato Francesco Brigati, segretario territoriale della Fiom. Per i 32 dipendenti coinvolti, il trasferimento a quasi 200 chilometri di distanza non rappresenta un’opportunità, ma uno stravolgimento totale della propria vita e di quella delle loro famiglie.
Un braccio di ferro tra azienda, sindacati e istituzioni
Nonostante giorni di presidio, occupazione dei cancelli e iniziative di protesta che hanno visto i lavoratori salire anche sul tetto del capannone, la multinazionale danese, leader nel settore dell’energia eolica, non ha ancora mostrato aperture concrete. Le richieste di sospendere la procedura per avviare un tavolo di discussione serio sul ruolo di Vestas a Taranto, avanzate non solo dai sindacati ma anche dalle istituzioni locali, regionali e parlamentari, sono finora cadute nel vuoto.
La situazione ha generato anche un acceso dibattito politico. Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha tentato di gettare acqua sul fuoco, affermando di aver ricevuto rassicurazioni dall’azienda e che “non c’è alcuna volontà da parte di Vestas di andare via da Taranto”. Una versione dei fatti che Fiom e Uilm hanno prontamente definito “infondata e fuorviante”, ribadendo che la chiusura del sito e il trasferimento dell’intera struttura rappresentano uno svuotamento completo del presidio tarantino. La Task Force regionale per le crisi industriali ha convocato un incontro per il 3 febbraio, una data attesa con speranza per sbloccare l’impasse.
Il contesto: Taranto e la desertificazione industriale
La vertenza Vestas si inserisce in un quadro economico e sociale estremamente complesso per Taranto e per l’intero Sud Italia. La città, da anni alle prese con la crisi dell’ex Ilva, vive uno stato di profonda incertezza occupazionale che rischia di trasformarsi in una vera e propria “desertificazione industriale”. Ogni sito produttivo che chiude, come sottolineato dal Partito Democratico locale, rappresenta “un ulteriore colpo alla già fragile tenuta economica e sociale della comunità”. La UIL ha lanciato un grido d’allarme parlando di un territorio “al limite del collasso sociale”, dove le grandi imprese decidono le sorti di migliaia di famiglie senza un reale potere di contrattazione da parte della politica locale.
È un paradosso che un’azienda come Vestas, operante in un settore in crescita come quello delle energie rinnovabili e che a Taranto ha sempre ottenuto ottimi risultati grazie alla professionalità dei suoi dipendenti, scelga di depotenziare la sua presenza sul territorio. La lotta dei lavoratori di Taranto diventa così una battaglia per il futuro, per evitare che il Mezzogiorno sia considerato, ancora una volta, una pedina sacrificabile nelle strategie globali delle multinazionali.
