Il 19 febbraio 2016 il mondo della cultura salutava uno dei suoi più illustri protagonisti: Umberto Eco. A dieci anni da quella data, che ha segnato la fine di un’epoca per il pensiero italiano e internazionale, la casa editrice La nave di Teseo, da lui stesso fondata con Elisabetta Sgarbi, si appresta a pubblicare un volume destinato a lasciare un segno profondo. Si tratta di ‘Umberto’, un’opera firmata da Roberto Cotroneo, scrittore, giornalista e amico di lunga data di Eco, in uscita il 13 febbraio. Attraverso brevi estratti concessi in anteprima, emerge un ritratto intimo e inedito del grande semiologo, filosofo e narratore, un’analisi che va oltre l’icona pubblica per esplorare l’uomo, la sua intelligenza visionaria e la sua capacità unica di leggere il presente e anticipare il futuro.

Un incontro prima della celebrità planetaria

Cotroneo ci riporta indietro nel tempo, a un pomeriggio ad Alessandria, città natale di entrambi. È un momento quasi sospeso, “il giorno prima che iniziasse la sua vita da celebre scrittore”. Il nome della rosa era stato pubblicato da poco più di due mesi e il successo planetario non aveva ancora travolto Eco. In quell’istante, catturato dalla memoria di Cotroneo, Eco è ancora “un brillante professore”, noto negli ambienti accademici ma non ancora l’autore da milioni di copie. È in questo scenario, nella libreria Dante di Cesarino Fissore, un luogo caro a entrambi, che si cristallizza l’immagine di un Eco sulla soglia di un destino che, forse, solo lui poteva realmente prevedere.

La narrazione di Cotroneo si dipana attraverso il filo del ricordo personale, un rapporto che gli permette di cogliere sfumature altrimenti invisibili. Descrive un uomo “centrale e marginale, schivo ed egocentrico”, un ossimoro vivente la cui complessità era la chiave della sua genialità. Il cognome stesso, Eco, diventa una metafora potente: “una voce che correva dappertutto come qualcosa che era entrata a far parte della coscienza intellettuale di chiunque”.

L’intelligenza “artificiale” di un pioniere

Uno degli aspetti più affascinanti che emerge dal racconto di Cotroneo è la straordinaria capacità preveggente di Eco. Una dote che l’autore definisce, con un parallelismo audace e attuale, una “forma di intelligenza naturale che assomigliava tanto a quella artificiale di cui parliamo oggi”. Eco non si limitava a osservare i fenomeni culturali, ma ne intuiva le traiettorie, ne comprendeva gli sviluppi futuri con una lucidità disarmante. Date certe premesse, era in grado di calcolare l’esito.

Gli esempi citati sono emblematici. Negli anni Sessanta, di fronte alle prime strisce di Charles Schulz, un nome allora sconosciuto in Italia, Eco capì immediatamente la portata rivoluzionaria di Snoopy, Charlie Brown e Lucy, prevedendone il successo generazionale. Allo stesso modo, seppe guardare oltre la patina “per sempliciotti” dei romanzi di Ian Fleming, trasformando l’autore di James Bond in un “genio delle strutture narrative” ai suoi occhi e, di conseguenza, a quelli della critica più attenta.

Questa sua attitudine a maneggiare “materiali sconosciuti” per l’accademia tradizionale – dalla teoria dell’informazione alla linguistica, dal romanzo popolare ottocentesco alla televisione – lo rendeva una figura scomoda, inclassificabile. In un’epoca in cui gli intellettuali snobbavano il piccolo schermo, Eco scriveva pagine definitive su Mike Bongiorno, comprendendo prima di chiunque altro la portata sociologica di un presentatore di quiz idolatrato dalle masse. Non era “organico a nulla”, e proprio in questa sua indipendenza risiedeva la sua forza, una forza che imbarazzava chiunque tentasse di porsi sul suo stesso piano.

L’eredità di un pensiero “scomodo”

Il libro di Cotroneo non è solo una celebrazione, ma anche una riflessione sull’eredità di Eco in un mondo culturale che, secondo l’autore, oggi tende a “ricombinare poche cose, e senza neppure assimilarle bene”. L’approccio onnivoro e interdisciplinare di Eco, la sua capacità di spaziare tra cultura “alta” e “bassa” con la stessa profondità analitica, rappresentava una sfida per l’establishment letterario italiano, che lo osservava con sospetto.

A dieci anni dalla sua scomparsa, e nel rispetto della sua volontà di non organizzare convegni su di lui per un decennio, la cultura si prepara a “togliere il tappo” a questo periodo di silenzio per analizzare e conservare il suo immenso lascito. Iniziative come il convegno organizzato dall’Alma Mater di Bologna nel maggio 2026 e maratone web internazionali testimoniano la volontà di riattraversare la sua opera per capire cosa resta, cosa è ancora meritevole di attenzione e in quali direzioni la sua riflessione possa essere rilanciata. L’eredità di Eco è un patrimonio di idee, intuizioni e principi che continuano a offrirci strumenti per decifrare la complessità del presente.

Il libro di Roberto Cotroneo si inserisce in questo percorso di riscoperta come una tessera fondamentale. Offre uno sguardo privilegiato, quello dell’amicizia, per comprendere non solo il genio intellettuale, ma anche l’uomo Umberto. Un uomo la cui eco, a dieci anni di distanza, risuona ancora con straordinaria potenza, invitandoci a guardare il mondo con la sua stessa curiosità insaziabile e la sua profonda, ironica intelligenza.

Di euterpe

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