Il quadro politico italiano è in fermento per la definizione della data del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, un appuntamento che si preannuncia come uno snodo cruciale per l’assetto di uno dei poteri fondamentali dello Stato. Il Consiglio dei Ministri, secondo fonti governative, potrebbe sciogliere la riserva già nella seduta di lunedì prossimo, con l’ipotesi del 22 marzo che acquista sempre più consistenza. La decisione, tuttavia, non è priva di complessità, stretta tra scadenze normative perentorie e un’iniziativa popolare parallela che aggiunge un ulteriore elemento di tensione.

Il Quadro Normativo: Cosa Dice la Legge

A dettare i tempi al governo è un preciso riferimento legislativo: l’articolo 15 della legge n. 352 del 1970. Questa norma stabilisce che il decreto di indizione del referendum debba essere emanato entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza con cui l’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione ha ammesso le richieste referendarie. Poiché tale comunicazione è datata 18 novembre, la scadenza ultima per la decisione dell’esecutivo è fissata improrogabilmente al 17 gennaio. La stessa legge prevede poi che la consultazione si svolga in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo alla pubblicazione del decreto di indizione. Questo intervallo temporale rende plausibile una data nel mese di marzo.

La Sfida del Referendum Costituzionale Popolare

A complicare il calendario governativo interviene un’altra iniziativa democratica. Un comitato composto da 15 cittadini sta infatti promuovendo una raccolta firme per un referendum costituzionale sulla stessa riforma. L’obiettivo è raggiungere la soglia delle 500.000 sottoscrizioni necessarie entro il 30 gennaio. A ieri, le firme raccolte ammontavano a circa 263.000, rendendo la corsa contro il tempo particolarmente serrata.

I promotori di questa iniziativa, tra cui spicca il “Comitato Società Civile per il No”, hanno già manifestato l’intenzione di impugnare “qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa” sulla validità della loro raccolta. La loro strategia mira a evitare un voto anticipato, convinti che il trascorrere del tempo possa favorire le ragioni del “No” e garantire al comitato promotore pieni diritti nella campagna referendaria. Questa posizione si basa sull’interpretazione secondo cui la legittimazione a chiedere il referendum, prevista dall’articolo 138 della Costituzione, è plurima (un quinto dei parlamentari, 500.000 elettori o cinque Consigli regionali) e il diritto dei cittadini a promuovere la consultazione non può essere vanificato da una decisione affrettata del governo, spinto dalle richieste già depositate dai parlamentari.

I Contenuti della Riforma e le Implicazioni Politiche

Al centro del dibattito vi è una riforma costituzionale che, se confermata, modificherebbe in modo sostanziale l’ordinamento giudiziario. I punti salienti includono la netta separazione delle carriere tra magistrati giudicanti (i giudici) e requirenti (i pubblici ministeri) e una profonda revisione della composizione e delle funzioni del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). La riforma, approvata in via definitiva dal Senato il 30 ottobre 2025 ma senza la maggioranza qualificata dei due terzi, necessita del sigillo popolare per entrare in vigore.

Il referendum sarà di tipo confermativo e, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di validità: l’esito sarà valido indipendentemente dal numero di votanti. Questo trasforma la consultazione in un confronto diretto tra il fronte del “Sì”, sostenuto dalla maggioranza di governo, e quello del “No”, animato da diverse realtà della società civile e da forze di opposizione, che vedono nella riforma un tentativo di “assoggettare la magistratura alla politica”.

La scelta della data diventa quindi essa stessa un atto politico. Un voto a marzo, come desiderato dal governo, accelererebbe i tempi, mentre un rinvio, come auspicato dai promotori della raccolta firme, aprirebbe a una campagna elettorale più lunga e potenzialmente più incerta. La decisione che il Consiglio dei Ministri si appresta a prendere non riguarderà dunque solo un aspetto tecnico del calendario, ma influenzerà direttamente le dinamiche e, forse, l’esito di una delle riforme più dibattute della recente storia repubblicana.

Di veritas

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