Vienna – In una riunione online tanto rapida quanto cruciale, l’OPEC+ ha confermato la sua attuale politica produttiva, lasciando invariati i tagli all’offerta di greggio. La decisione, giunta in un momento di estrema delicatezza per i mercati energetici globali, riflette la volontà del cartello di dare priorità alla stabilità, nonostante un contesto internazionale sempre più turbolento. A pesare sulle deliberazioni, infatti, non è stato solo il significativo calo dei prezzi del petrolio registrato nel corso del 2025, ma anche una serie di crisi politiche che coinvolgono alcuni dei suoi membri più influenti.

La stabilità prima di tutto: la strategia dell’OPEC+

Il gruppo degli otto Paesi, che include giganti della produzione come Arabia Saudita, Russia ed Emirati Arabi Uniti e che insieme controlla circa la metà dell’offerta mondiale di petrolio, ha scelto di non intervenire. Questa linea attendista era stata anticipata da molti analisti, considerando la debolezza della domanda durante i mesi invernali nell’emisfero settentrionale. Già a novembre, l’organizzazione aveva deciso di sospendere gli aumenti di produzione previsti per gennaio, febbraio e marzo 2026, una decisione confermata nell’incontro odierno. Il prossimo appuntamento per rivalutare la situazione è stato fissato per il primo febbraio.

Questa scelta strategica arriva dopo un periodo in cui, tra aprile e dicembre 2025, l’OPEC+ aveva aumentato gli obiettivi di produzione di circa 2,9 milioni di barili al giorno, equivalenti a quasi il 3% della domanda globale, nel tentativo di riconquistare quote di mercato. Tuttavia, il cartello mantiene ancora in vigore tagli alla produzione per circa 3,24 milioni di barili al giorno, una misura che resterà in piedi fino alla fine del 2026.

Un mercato sotto pressione: il crollo dei prezzi nel 2025

La decisione dell’OPEC+ si inserisce in un quadro economico complesso. Il 2025 è stato un anno difficile per il mercato petrolifero, con i prezzi del greggio che hanno subito un calo di oltre il 18%, la flessione più marcata dal 2020. Questo ribasso è stato alimentato da un’offerta abbondante, a tratti giudicata eccessiva, che ha messo a dura prova le finanze dei paesi produttori. Le previsioni per il 2026 non sembrano indicare un’inversione di tendenza, con l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) che stima un surplus di offerta di oltre 4 milioni di barili al giorno, un record che potrebbe mantenere i prezzi compressi.

Le tensioni geopolitiche sullo sfondo

A complicare ulteriormente lo scenario contribuiscono due fronti di crisi geopolitica di primaria importanza:

  • L’intervento statunitense in Venezuela: L’operazione militare che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti ha introdotto un elemento di forte incertezza. Sebbene il Venezuela vanti le più grandi riserve di petrolio al mondo, la sua produzione attuale è drasticamente ridotta a causa di anni di cattiva gestione e sanzioni. Gli analisti, pertanto, si attendono un impatto limitato e a breve termine sui prezzi del greggio, stimato in un aumento di 1 o 2 dollari al barile. Le sanzioni statunitensi, che includono un blocco delle petroliere, hanno già dimezzato le esportazioni venezuelane a dicembre, costringendo la compagnia statale PDVSA a ridurre la produzione per mancanza di capacità di stoccaggio.
  • La frattura tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti: Una crisi diplomatica senza precedenti sta incrinando i rapporti tra due pilastri dell’OPEC+. Le tensioni sono esplose a causa di divergenze strategiche in Yemen, dove i due Paesi sostengono fazioni rivali. La situazione si è aggravata a fine dicembre, quando l’aviazione saudita ha bombardato un carico di armi e veicoli militari che, secondo Riyadh, gli Emirati stavano fornendo a un gruppo separatista yemenita. Questo scontro diretto, che ha portato al ritiro delle ultime truppe emiratine dallo Yemen, segna la più grave spaccatura degli ultimi decenni tra i due alleati del Golfo e partner chiave degli Stati Uniti.

Le reazioni dei mercati e le prospettive future

La reazione dei mercati non si è fatta attendere. La Borsa dell’Arabia Saudita ha registrato il peggior calo da aprile, con l’indice Tadawul All Share in perdita dell’1,8%. Questo nervosismo è legato non solo alle tensioni regionali, ma anche all’annuncio di dazi da parte dell’amministrazione Trump.

In questo clima di incertezza, la strategia dell’OPEC+ sembra essere quella di navigare a vista, monitorando attentamente l’evoluzione del mercato e delle dinamiche geopolitiche. La decisione di mantenere la produzione invariata è un chiaro segnale che, in questo momento, la priorità assoluta è evitare scossoni che potrebbero ulteriormente destabilizzare un equilibrio già precario. La riunione del primo febbraio sarà un nuovo, importante banco di prova per la coesione e la strategia del cartello.

Di atlante

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