Milano – In una città divisa tra celebrazione e contestazione, la cerimonia di consegna degli Ambrogini d’Oro, la massima onorificenza cittadina, è stata segnata da un potente gesto di dissenso artistico. Mentre al Teatro Dal Verme si premiava chi ha dato lustro a Milano, a pochi passi, sulla serranda di un’edicola, è apparso un manifesto che chiede verità per Ramy Elgaml, il diciannovenne morto il 24 novembre 2024 al termine di un inseguimento con i Carabinieri. L’opera, realizzata dall’artista e attivista Cristina Donati Meyer, ha catalizzato l’attenzione sulla controversa decisione di premiare il Nucleo Radiomobile dei Carabinieri di Milano, lo stesso reparto a cui appartengono i militari coinvolti nella tragica vicenda.
L’ARTE COME INTERRUZIONE: IL MANIFESTO PER RAMY
Il manifesto ritrae un sorridente Ramy Elgaml che fa il segno della vittoria con le dita, tenendo in mano un cartello con una scritta provocatoria e densa di significato: “Chiediamo pane e cultura e ci date polizia”. Un messaggio che fonde la richiesta di diritti primari con una critica diretta alle istituzioni. L’artista Cristina Donati Meyer, nota per il suo “artivismo” e per opere che affrontano temi sociali e politici scottanti, ha definito il suo gesto “necessario”. “Premiare mentre le indagini sono ancora aperte è una scelta politica chiara: normalizzare, chiudere, spostare lo sguardo”, ha scritto sui suoi canali social. “Quando la verità è ancora sospesa, celebrare è pericoloso. L’arte può ricordarlo”. Un secondo manifesto è stato affisso anche al Corvetto, quartiere di Ramy e luogo simbolo della sua storia.
L’intervento della Donati Meyer si inserisce in un filone di arte pubblica che si fa carico di interrogare il potere e dare voce a storie controverse, trasformando lo spazio urbano in un’arena di dibattito civile.
UNA MORTE, TANTE DOMANDE: L’INCHIESTA SULLA SCOMPARSA DI RAMY
La morte di Ramy Elgaml è una ferita ancora aperta per la città di Milano. Il giovane si trovava come passeggero su uno scooter guidato da un amico, Fares Bouzidi, quando, dopo non essersi fermato a un posto di blocco, è iniziato un inseguimento durato otto chilometri. L’epilogo è stato tragico: lo scooter si è schiantato all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta, e Ramy ha perso la vita.
Le indagini, chiuse di recente dalla Procura di Milano, hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati di sette carabinieri e dello stesso Fares Bouzidi. Le accuse sono pesantissime e gettano un’ombra inquietante sulla condotta dei militari. Si va dall’omicidio stradale, contestato in concorso a Bouzidi e a uno dei carabinieri alla guida della gazzella, a reati come depistaggio, falso ideologico, frode processuale e favoreggiamento. Secondo l’accusa, alcuni militari avrebbero omesso di menzionare nel verbale l’urto tra l’auto di servizio e lo scooter, attestando falsamente che il mezzo a due ruote fosse semplicemente “scivolato”. Inoltre, sarebbero stati nascosti e fatti cancellare video dell’inseguimento ripresi da testimoni e registrati da una dashcam e una bodycam presenti sui mezzi dei carabinieri.
L’AMBROGINO DELLA DISCORDIA E LE REAZIONI ISTITUZIONALI
La decisione di conferire l’Ambrogino d’Oro al Nucleo Radiomobile, proposta dalla consigliera leghista Silvia Sardone, ha suscitato fin da subito un acceso dibattito. La famiglia di Ramy ha definito la scelta “inopportuna”, un gesto che provoca “rabbia e indignazione” a un anno dalla scomparsa del figlio. La polemica è entrata anche dentro il Teatro Dal Verme: il capogruppo dei Verdi, Tommaso Gorini, si è presentato sul palco indossando una t-shirt con il volto di Ramy e la scritta “Ramy vive”. Gorini ha spiegato di non voler strumentalizzare il premio, ma di voler “continuare a raccontare questa storia” e portarla nel “salotto buono di Milano”, denunciando l’assenza delle istituzioni alla commemorazione popolare tenutasi nel quartiere Corvetto.
Il sindaco di Milano, Beppe Sala, pur definendo la vicenda di Ramy “una brutta storia” e lodando la famiglia del ragazzo, ha difeso la scelta di premiare l’Arma, sottolineando la sua “storia importante” e il fatto che “si può anche sbagliare nella vita”. Parole che non hanno placato le polemiche, in una giornata che ha visto la cultura e la cronaca intrecciarsi in un doloroso e irrisolto dialogo sulla giustizia, la memoria e la responsabilità.
