Le accuse e le difese nel processo alle psicologhe di San Vittore
Si è entrati nel vivo del processo che vede imputate tre psicologhe del carcere di San Vittore, accusate di falso e favoreggiamento in concorso con l’avvocatessa di Alessia Pifferi, Alessia Pontenani, e lo psichiatra Marco Garbarini. L’accusa sostiene che i professionisti abbiano “manipolato” Alessia Pifferi, rea confessa dell’omicidio della figlia, morta di stenti, al fine di ottenere una perizia psichiatrica favorevole. Le difese, però, contestano fermamente queste accuse, ponendo l’accento sulla professionalità e sull’operato delle psicologhe.
Il ruolo del test di Weis al centro del dibattito
L’avvocato Mirko Mazzali, difensore di una delle psicologhe, ha chiesto l’assoluzione della sua assistita, sottolineando come si sia messa in discussione la sua professionalità per aver somministrato a Pifferi il test di Weis, dal quale è emerso un QI pari a quello di una bambina. Mazzali ha affermato che questo non costituisce reato, ma rientra in una valutazione scientifica che non spetta ai giudici, bensì a chi ha gli strumenti per farlo. La difesa insiste sulla validità del test come strumento diagnostico e sulla competenza della psicologa nell’interpretarne i risultati.
L’intervento dell’avvocato Leone e la posizione della quarta psicologa
Anche l’avvocato Angelo Leone, difensore di una quarta psicologa coinvolta nel caso, l’unica ad aver scelto il rito ordinario, ha proposto il proscioglimento. Leone ha sostenuto che l’attività svolta dalla sua assistita è stata lecita e non contraddetta nemmeno dai periti della Corte d’Assise d’Appello. Ha aggiunto che un’eventuale sottovalutazione del quoziente intellettivo è stata formulata sulla base di un test, poi condiviso con l’équipe di esperti del carcere, evidenziando come la valutazione sia stata frutto di un lavoro di gruppo e non di una singola decisione.
Salute mentale in carcere: un tema cruciale
Durante il processo, è emersa l’importanza di trattare temi delicati come la salute mentale in carcere e il rapporto tra psicologo e detenuto in contesti appropriati, come convegni e dibattiti scientifici, piuttosto che in un’aula di tribunale. La discussione ha sollevato interrogativi sulla necessità di garantire un’adeguata assistenza psicologica ai detenuti e sulla difficoltà di valutare la loro condizione mentale in modo obiettivo e imparziale.
Riflessioni sul processo e sul ruolo degli esperti
Il caso delle psicologhe di San Vittore solleva interrogativi importanti sul ruolo degli esperti in ambito giudiziario e sulla necessità di tutelare la loro professionalità. È fondamentale che le valutazioni scientifiche siano considerate per ciò che sono: strumenti diagnostici che contribuiscono a una comprensione più approfondita della condizione del soggetto, ma che non possono essere interpretate come prove di colpevolezza o innocenza. Il processo in corso offre l’opportunità di riflettere su come bilanciare la giustizia con la tutela della salute mentale e dei diritti dei detenuti.
