ROMA – Un monito severo, un richiamo ai valori fondanti della Repubblica e una fotografia impietosa della realtà penitenziaria italiana. Le parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, pronunciate ricevendo al Quirinale una delegazione della Polizia Penitenziaria in occasione del 209° anniversario della sua costituzione, risuonano come un atto d’accusa contro una crisi sistemica troppo a lungo ignorata. “Vi sono tanti problemi, il primo dei quali è la piaga dei suicidi dei detenuti che non si attenua”, ha dichiarato il Capo dello Stato, aggiungendo una frase destinata a rimanere impressa: “Ciascuno di questi casi è una sconfitta dello Stato a cui sono affidate le vite dei detenuti”.

I numeri di un’emergenza nazionale

Le parole del Presidente trovano una tragica conferma nei dati. Secondo il report diffuso a inizio marzo 2026 dal Garante nazionale delle persone private della libertà, nel corso del 2025 si sono registrati 254 decessi negli istituti di pena italiani, di cui 76 sono stati classificati come suicidi. A questi si aggiungono 50 decessi per cause ancora da accertare, che potrebbero nascondere ulteriori gesti volontari. Sebbene il numero di suicidi sia in lieve calo rispetto agli 83 del 2024, il fenomeno resta strutturale e allarmante. Analizzando il quinquennio 2021-2025, i suicidi in carcere sono stati 369, con una media di quasi 74 all’anno, costituendo il 33% del totale dei decessi.

Il dato più sconvolgente emerge dal confronto con la popolazione libera: il tasso di suicidi stimato in carcere è pari a 12,6 ogni diecimila presenti, un valore più di venti volte superiore a quello registrato nella popolazione italiana generale (0,54 ogni diecimila abitanti con più di 15 anni). A questa contabilità del dolore si sommano i dati sugli atti di autolesionismo e i tentati suicidi, che secondo il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) a dicembre 2025 ammontavano rispettivamente a 11.720 e 1.981. Cifre che rivelano una profonda e diffusa sofferenza psichica tra le mura delle prigioni.

Le cause sistemiche: sovraffollamento e carenza di personale

Alla radice di questa emergenza umanitaria vi è una crisi strutturale che il Presidente Mattarella ha elencato con precisione. Il primo e più noto problema è il sovraffollamento, definito “insostenibile”. I dati più recenti confermano una situazione critica: a fronte di una capienza effettiva di circa 46.200 posti disponibili, i detenuti presenti superano le 63.800 unità, con un tasso di affollamento medio nazionale che si attesta intorno al 138%. In ben 71 istituti, la situazione è ancora più grave, con un tasso superiore al 150%.

Questa condizione, come sottolineato dal Capo dello Stato, si traduce in “condizioni di estrema difficoltà” sia per i detenuti che per il personale. A ciò si aggiungono:

  • Condizioni strutturali inadeguate: molti edifici penitenziari sono fatiscenti e non idonei sotto il profilo sanitario e funzionale. Secondo l’associazione Antigone, in oltre la metà delle carceri visitate le celle sono senza doccia e nel 45% manca l’acqua calda.
  • Carenza di personale: un problema cronico che “continua a pesare fortemente sul lavoro degli agenti del corpo penitenziario, chiamati a moltiplicare gli sforzi”.
  • Mancanza di professionalità: Mattarella ha evidenziato la carenza di figure “essenziali nel mondo carcerario” come formatori, educatori e personale sanitario, fondamentali per un percorso di recupero.

Il richiamo alla Costituzione e il senso della pena

Il discorso del Presidente non si è limitato alla denuncia, ma ha voluto ricordare il fondamento costituzionale della pena. “La finalità di reinserimento, di recupero dei detenuti… è non soltanto un obbligo costituzionale, ma è una scelta di civiltà, ed è anche un investimento per la sicurezza della cittadinanza”, ha affermato Mattarella. Il riferimento è all’articolo 27 della Costituzione, che stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Quando il sistema carcerario abdica a questa funzione, a causa di condizioni disumane e della mancanza di strumenti per il recupero, non solo tradisce un principio costituzionale, ma fallisce anche nel suo obiettivo di rendere la società più sicura. Come ha ricordato il Presidente, infatti, “l’opera di recupero conduce a una recidiva estremamente bassa”. L’allarme lanciato dal Quirinale è, dunque, un appello urgente alla politica e alla società civile a non voltarsi dall’altra parte, a riconoscere che la dignità umana non si arresta davanti al portone di un carcere e che investire in un sistema penitenziario civile è investire nella sicurezza e nella civiltà dell’intero Paese.

Di veritas

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