TEHERAN – In una recente intervista che ha immediatamente catturato l’attenzione delle cancellerie internazionali, il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha confermato che l’Iran è in dialogo con diverse nazioni per garantire un “passaggio sicuro” alle loro navi attraverso lo strategico Stretto di Hormuz. “Siamo aperti ai Paesi che vogliono parlare con noi del passaggio sicuro per le loro navi”, ha dichiarato Araghchi, pur mantenendo il riserbo sui nomi dei Paesi coinvolti e sottolineando che la decisione finale spetta alle forze armate iraniane.
Queste dichiarazioni giungono in un momento di acuta tensione geopolitica, segnata da un’escalation militare che ha visto attacchi aerei statunitensi e israeliani in territorio iraniano a fine febbraio 2026, e la conseguente ritorsione di Teheran. La crisi ha di fatto trasformato lo Stretto di Hormuz, un collo di bottiglia marittimo cruciale per l’economia globale, in una zona di conflitto attivo, con gravi ripercussioni sul commercio internazionale e sui prezzi dell’energia.
Un’arteria vitale sotto pressione
Lo Stretto di Hormuz, che collega il Golfo Persico con il Golfo dell’Oman e il Mar Arabico, è la via marittima più importante al mondo per il trasporto di petrolio. Attraverso questo stretto passaggio, largo appena 39 chilometri nel suo punto più angusto, transita circa un quinto del consumo globale di petrolio e un terzo del gas naturale liquefatto (GNL) mondiale. Paesi come Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar dipendono in larga misura da questa rotta per le loro esportazioni energetiche. La sua chiusura o anche solo una significativa interruzione del traffico può avere effetti a catena devastanti sull’economia globale, provocando un’impennata dei prezzi del greggio e mettendo a rischio le catene di approvvigionamento.
La recente crisi ha già avuto conseguenze tangibili. Il traffico di navi cisterna è crollato drasticamente e molte compagnie di navigazione hanno sospeso le operazioni nell’area o deviato le loro rotte, allungando i tempi di transito e aumentando i costi. Il prezzo del petrolio Brent ha superato i 100 dollari al barile, alimentando i timori di una nuova crisi energetica globale.
La diplomazia complessa dell’Iran
Le affermazioni di Araghchi rivelano una strategia diplomatica a più livelli da parte dell’Iran. Da un lato, Teheran cerca di proiettare un’immagine di controllo e potere, affermando la propria autorità sulla sicurezza dello stretto. Dall’altro, apre a canali di dialogo selettivi, cercando di mitigare l’isolamento internazionale e di creare divisioni nel fronte avversario. In precedenti dichiarazioni, funzionari iraniani avevano specificato che lo stretto rimane aperto a tutte le navi, ad eccezione di quelle statunitensi e israeliane.
Recentemente, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha persino avanzato un’offerta più radicale: concedere libero passaggio ai Paesi arabi ed europei in cambio dell’espulsione degli ambasciatori statunitensi e israeliani dai loro territori. Questa proposta, sebbene difficilmente praticabile per la maggior parte delle nazioni, evidenzia il tentativo iraniano di legare la sicurezza marittima a precise condizioni politiche.
In questo intricato scenario, si inseriscono anche accordi bilaterali, come quello che sembra aver garantito un passaggio sicuro ad alcune navi indiane, forse in cambio del rilascio di petroliere iraniane precedentemente sequestrate. Tuttavia, le informazioni su questi accordi rimangono frammentarie e talvolta contraddittorie, riflettendo la natura delicata e opaca dei negoziati in corso.
Le reazioni internazionali e le prospettive future
La comunità internazionale osserva con preoccupazione l’evolversi della situazione. Gli Stati Uniti hanno invitato i loro alleati a contribuire alla sicurezza dello stretto, ma l’appello ha ricevuto finora una risposta tiepida da parte dei Paesi europei, riluttanti a essere trascinati in un conflitto più ampio. La crisi nello Stretto di Hormuz non è un evento isolato, ma si inserisce in un contesto di instabilità regionale che comprende anche le tensioni nel Mar Rosso, dove gli attacchi degli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno già costretto molte navi a circumnavigare l’Africa.
La situazione rimane estremamente fluida e pericolosa. La possibilità di un’ulteriore escalation, con incidenti militari o la posa di mine navali, è un rischio concreto che potrebbe portare alla chiusura totale dello stretto, con conseguenze incalcolabili. Le parole del ministro Araghchi, pur aprendo uno spiraglio al dialogo, non fugano i timori. Il futuro della navigazione nello Stretto di Hormuz, e con esso una parte significativa della stabilità economica globale, dipenderà dall’esito di questi complessi negoziati e dalla capacità delle potenze coinvolte di trovare un equilibrio tra le proprie esigenze di sicurezza e gli interessi della comunità internazionale.
