PARIGI – Il mondo si trova ad affrontare quella che l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha definito senza mezzi termini “la più grande interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero globale”. Una crisi senza precedenti, scatenata dal blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, l’arteria vitale attraverso cui transita circa un quinto del petrolio consumato a livello mondiale. La conseguenza diretta è una drastica riduzione della produzione da parte dei Paesi del Golfo, con un crollo dell’offerta globale stimato in 8 milioni di barili al giorno (mb/g) per il mese di marzo. Questo taglio, pari al 7,5% della produzione di febbraio, farà precipitare l’output mondiale a 98,8 mb/g, il livello più basso registrato dal primo trimestre del 2022.
La situazione è talmente critica che l’agenzia con sede a Parigi, nel suo ultimo report mensile, ha dedicato un capitolo dall’eloquente titolo ‘Dire Straits’, un gioco di parole che evoca la celebre rock band ma che in inglese significa “in gravi difficoltà”, per descrivere lo stato attuale del mercato energetico.
Un’Arteria Vitale Bloccata: Le Cause della Crisi
Lo Stretto di Hormuz, un braccio di mare largo appena 33 chilometri nel suo punto più stretto tra l’Iran e l’Oman, è il punto di passaggio obbligato per le petroliere in uscita dal Golfo Persico. Da qui passa non solo il 20-25% del commercio marittimo mondiale di petrolio, ma anche circa un quarto delle esportazioni globali di Gas Naturale Liquefatto (GNL), in particolare dal Qatar. L’attuale blocco è il risultato di una escalation di tensioni geopolitiche nell’area, con attacchi sistematici che hanno reso il transito estremamente rischioso e costoso, paralizzando di fatto il traffico marittimo.
Le conseguenze sono state immediate: i costi di trasporto per le superpetroliere (VLCC) sono esplosi, con aumenti fino al 600%. Con le rotte marittime bloccate e i serbatoi di stoccaggio locali ormai saturi, i principali produttori della regione, tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq, non hanno avuto altra scelta che ridurre drasticamente o addirittura interrompere la produzione. Si stima che i tagli complessivi abbiano già rimosso dal mercato quasi 7 milioni di barili giornalieri, con l’Iraq che ha subito la contrazione più profonda, pari a quasi il 60% della sua capacità.
Impatto sui Prezzi e sull’Economia Globale
La reazione dei mercati non si è fatta attendere. Il prezzo del greggio Brent ha registrato un’impennata, superando i 90 dollari al barile e toccando picchi di 120 dollari, per poi assestarsi su livelli comunque molto elevati. Questo shock energetico si sta propagando a cascata sull’intera economia mondiale. L’aumento dei costi del carburante e dell’energia alimenta una nuova ondata inflazionistica, che erode il potere d’acquisto delle famiglie e aumenta i costi operativi per le imprese.
I settori più colpiti sono quelli energivori e petrolio-dipendenti, come i trasporti, la chimica, la plastica e l’agricoltura (a causa del rincaro dei fertilizzanti). Per l’Italia, che importa circa l’11% del suo fabbisogno di gas attraverso Hormuz, si prevedono impatti significativi sulle bollette di luce e gas e sui costi industriali. La crisi minaccia di frenare la crescita economica globale, con il rischio concreto di una recessione se il blocco dovesse protrarsi.
Una Crisi Peggiore di quella del 1973?
L’AIE ha definito questa perturbazione “la più importante in tutta la storia del mercato petrolifero mondiale”, un’affermazione forte che pone la crisi attuale su un piano di gravità persino superiore a quella del 1973. Ma perché? La crisi del 1973 fu innescata da un embargo deliberato da parte dei paesi produttori arabi (OAPEC) come ritorsione per il sostegno occidentale a Israele durante la guerra del Kippur. Fu uno shock politico che causò il quadruplicarsi dei prezzi.
La crisi attuale, invece, è di natura fisica e logistica: il petrolio c’è, ma non può essere trasportato. Il blocco di Hormuz sottrae fisicamente dal mercato una quota di greggio e GNL per cui non esistono alternative praticabili nel breve termine. Gli oleodotti terrestri possono compensare solo una frazione minima dei volumi necessari. Questa paralisi fisica, che colpisce un volume di scambi molto più grande rispetto al 1973, rende le conseguenze potenzialmente più profonde e difficili da gestire.
In risposta all’emergenza, i Paesi membri dell’AIE hanno concordato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche di emergenza, un intervento senza precedenti per dimensioni, volto a calmare i mercati e a fornire un cuscinetto temporaneo. Tuttavia, questa è una misura tampone che non risolve la causa principale della crisi: la necessità di ripristinare la sicurezza e la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.
