Milano – In un Teatro Parenti gremito, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha tenuto il suo unico comizio dal vivo per la campagna referendaria sulla giustizia, definendo la riforma un “traguardo epocale” e lanciando un vibrante appello a votare “sì” il 22 e 23 marzo. L’evento, intitolato “Sì. Una riforma che fa giustizia” e organizzato da Fratelli d’Italia, ha visto la partecipazione di ministri, giuristi, giornalisti e esponenti della società civile, trasformandosi in una vera e propria maratona oratoria a sostegno delle ragioni della riforma.
L’appello di Meloni: “Una riforma per i cittadini, non contro i magistrati”
Nel suo intervento di circa quaranta minuti, la premier ha assicurato che la riforma non è diretta contro la magistratura, ma mira a “sistemare quello che non funziona, per i cittadini”. Ha sottolineato come in passato i tentativi di riformare la giustizia siano “naufragati” a causa “dell’interdizione esercitata dall’Anm o da gruppi di magistrati che avevano grande notorietà mediatica”. Secondo Meloni, la riforma andrà a beneficio anche di “tanti magistrati capaci che nella loro carriera sono stati mortificati perché non si sono piegati alla logica delle correnti”.
La Presidente del Consiglio ha poi dipinto un quadro a tinte fosche delle conseguenze di una vittoria del “no”, affermando che ci si ritroverebbe con “correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera”. Ha inoltre evocato scenari allarmanti, parlando di “immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà” e di “figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco”, riferendosi a presunti casi di malagiustizia. L’appello finale è stato un invito a non “girarsi dall’altra parte” e a dedicare “cinque minuti” per “aprire una pagina nuova nella nostra nazione”. Meloni ha anche chiarito che, in caso di sconfitta del “sì”, non ci sarà alcuna possibilità di dimissioni del governo.
La kermesse al Teatro Parenti: ospiti e polemiche
L’evento, privo di simboli di partito ma caratterizzato da spillette verdi e cartelli per il “sì”, ha visto la partecipazione di numerose personalità. Oltre ai vertici di Fratelli d’Italia come Ignazio La Russa, Francesco Lollobrigida e i capigruppo Galeazzo Bignami e Lucio Malan, erano presenti anche esponenti di altre aree politiche come Luigi Marattin di Italia Viva e l’ex senatore dem Stefano Esposito. La giornata è stata strutturata in tre sessioni tematiche parallele dedicate ai punti cardine della riforma: “Separazione delle carriere”, “Riforma del CSM” e “Alta Corte Disciplinare”.
Non sono mancate le polemiche, sia per la concessione della location da parte della direttrice Andrée Ruth Shammah, difesa da La Russa, sia per un piccolo fuori programma con un uomo, Orazio Maurizio Musumeci, salito sul palco per chiedere le dimissioni del Presidente Mattarella. All’esterno del teatro, un gruppo di manifestanti ha contestato l’evento con slogan contro il governo.
La dura replica delle opposizioni: “Governo vuole controllare i giudici”
Immediata e ferma la reazione delle opposizioni. Da Venezia, la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha accusato il governo di volere una riforma che “serve a un governo che pensa che prendere un voto in più alle elezioni vuol dire che non devi essere giudicato”. “Evidentemente vuole decidere quali reati bisogna perseguire e quali magari un po’ meno”, ha aggiunto, sostenendo che il governo “pensa di poter decidere chi può fare il giudice e chi non può fare il giudice”. Per Schlein, la riforma è uno “sfregio della Costituzione che altera l’equilibrio dei poteri”.
Anche il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha definito “osceno” e “sconcertante” l’intervento della premier, criticando l’elenco di criminali che, a dire di Meloni, verrebbero messi in libertà in caso di vittoria del “no”. “Ma cosa è un venditore, una venditrice di fumo?”, ha chiosato Conte.
Mantovano e la spaccatura nella magistratura
Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, intervenendo sulla questione, ha evidenziato come lo “strappo più significativo” si stia realizzando all’interno della stessa magistratura. Ha parlato di “centinaia i magistrati che si stanno esprimendo per il Sì” e di un “ostracismo” e “marginalizzazione” nei loro confronti da parte dei colleghi contrari alla riforma. Mantovano ha anche difeso la riforma dalle accuse di voler controllare la politica, affermando che oggi “i pieni poteri sono di chi per via giudiziaria blocca la politica dell’immigrazione”.
I punti chiave della riforma costituzionale
Il referendum confermativo del 22 e 23 marzo riguarda una legge di revisione costituzionale approvata dal Parlamento nell’ottobre 2025. I punti principali su cui i cittadini sono chiamati a esprimersi sono:
- Separazione delle carriere: La riforma mira a istituire carriere distinte per i magistrati giudicanti (i giudici) e quelli requirenti (i pubblici ministeri), inserendo questo principio direttamente in Costituzione.
- Riforma del CSM: Il Consiglio Superiore della Magistratura verrebbe diviso in due organi distinti, uno per i giudici e uno per i PM, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. Cambierebbe anche il sistema di nomina dei componenti, con l’introduzione di un meccanismo di sorteggio da elenchi predisposti dal Parlamento e dalle stesse magistrature.
- Istituzione dell’Alta Corte Disciplinare: Verrebbe creata una nuova corte per giudicare le infrazioni disciplinari dei magistrati, composta da membri sorteggiati tra magistrati, professori universitari e avvocati.
La campagna referendaria entra così nella sua fase più calda, con uno scontro frontale tra governo e opposizioni su un tema cruciale per l’assetto dei poteri dello Stato e i diritti dei cittadini.
