TEHERAN – “Noi non ci ritireremo mai. Vendicheremo il sangue dei nostri martiri, vendicheremo il sangue di tutti i nostri cittadini. I nostri nemici pagheranno il prezzo, perché ci sarà una vendetta”. Con queste parole dure e risolute, Mojtaba Khamenei ha fatto il suo esordio sulla scena internazionale nel suo primo discorso pubblico da quando è stato nominato nuova Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran. Un intervento che non lascia spazio a interpretazioni, delineando una traiettoria di scontro frontale e di continuità con la politica del suo predecessore e padre, Ali Khamenei, ucciso in un attacco congiunto israelo-statunitense il 28 febbraio scorso.

Un discorso senza volto che alimenta il mistero

Il primo messaggio di Mojtaba Khamenei è giunto alla nazione e al mondo attraverso un audio letto da uno speaker della televisione di Stato, con in sottofondo una sua foto ufficiale. Nessuna apparizione video, una scelta che ha immediatamente alimentato speculazioni e interrogativi sulle sue reali condizioni di salute. Fonti non ufficiali, infatti, riportano che la nuova Guida Suprema sarebbe rimasta ferita nell’attacco che è costato la vita a suo padre e ad altri membri della sua famiglia. Si parla di un piede fratturato, un ematoma all’occhio e contusioni al viso, ma alcune voci suggeriscono lesioni ben più gravi, fino a ipotizzare uno stato di coma. La decisione di non mostrarsi in pubblico potrebbe quindi essere una mossa strategica per non proiettare un’immagine di vulnerabilità in un momento di altissima tensione internazionale.

La strategia della tensione: lo Stretto di Hormuz come arma

Al centro del discorso di Khamenei vi è stata la conferma di una linea strategica ben precisa: la chiusura dello Stretto di Hormuz. Questo snodo cruciale per il commercio globale, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, viene apertamente indicato come “uno strumento per fare pressione sul nemico”. Una mossa che mira a destabilizzare l’economia globale e a porre gli Stati Uniti e i loro alleati di fronte a una scelta difficile. La reazione di Washington non si è fatta attendere, con il presidente Donald Trump che ha avvertito che ogni tentativo di bloccare il flusso di petrolio riceverà una risposta “molto più dura”.

Oltre alla leva economica, Khamenei ha lanciato un appello diretto ai Paesi della regione affinché chiudano le basi militari statunitensi presenti sui loro territori, minacciando altrimenti attacchi diretti. Un avvertimento esplicito a nazioni come Emirati Arabi, Kuwait, Qatar, Bahrain e Arabia Saudita. Nonostante i toni aggressivi, ha anche rivolto parole più distensive ai vicini, affermando che Teheran “non cerca di stabilire dominio o colonialismo nella regione” ed è pronta a costruire relazioni di amicizia.

Chi è Mojtaba Khamenei: l’ascesa del “Prescelto”

Nato a Mashhad nel 1969, Mojtaba Khamenei, 56 anni, è il secondogenito di Ali Khamenei. Sebbene abbia sempre mantenuto un basso profilo pubblico, senza mai ricoprire incarichi governativi ufficiali, è da tempo considerato una figura estremamente influente negli equilibri di potere iraniani. Conosciuto per i suoi stretti legami con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i Pasdaran), la potente organizzazione militare e politica che controlla vasti settori dell’economia e della sicurezza del Paese, Mojtaba ha agito per anni come un coordinatore delle reti di potere attorno all’ufficio del padre.

La sua nomina, avvenuta per decisione dell’Assemblea degli Esperti, un organo di 88 religiosi, è stata interpretata come un segnale di consolidamento da parte delle componenti più dure dell’establishment iraniano, che puntano sulla continuità e sulla linea dura in un momento di forte pressione internazionale. Tuttavia, la sua ascesa non è priva di controversie. La successione dinastica è un tema sensibile in un Paese la cui rivoluzione del 1979 nacque proprio in opposizione al potere ereditario dello Scià, alimentando critiche e tensioni interne.

Un appello all’unità interna e la promessa di vendetta

Nel suo intervento, la nuova Guida Suprema ha anche cercato di rivolgersi al popolo iraniano, chiedendo unità ai leader politici e promettendo di seguire il percorso tracciato dal padre e dal fondatore della Repubblica Islamica, l’ayatollah Ruhollah Khomeini. Ha ammesso la difficoltà del suo compito, definendo il padre una “montagna di fermezza”. Un passaggio chiave del suo discorso è stato il giuramento di vendetta per i “martiri”, con un riferimento esplicito alla strage nella scuola elementare ‘Shajareh Tayyebeh’ di Minab, dove un missile ha ucciso 165 persone, in gran parte bambine, un attacco di cui gli Stati Uniti hanno certificato la responsabilità a seguito di informazioni di intelligence errate.

Il primo discorso di Mojtaba Khamenei segna dunque l’inizio di una nuova, e potenzialmente ancora più instabile, fase per l’Iran e per l’intero Medio Oriente. Le sue parole, cariche di retorica bellica e promesse di ritorsione, lasciano presagire un’escalation del conflitto, mentre il mistero sulla sua figura e sulle sue condizioni fisiche aggiunge un ulteriore elemento di incertezza a un quadro geopolitico già estremamente complesso.

Di atlante

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