Un canto per la pace che si leva da una chiesa fiorentina, un “esilio” forzato che diventa tribuna per un appello accorato contro la guerra e una critica senza sconti alla leadership politica del proprio paese. La cantante israeliana di fama mondiale Noa, al secolo Achinoam Nini, si è trovata involontariamente protagonista di una cronaca che intreccia arte, cultura e il dramma del conflitto in Medio Oriente. Rimasta bloccata a Firenze a seguito dell’attacco all’Iran, l’artista ha trasformato la sua permanenza inattesa in un momento di profonda riflessione e denuncia.

Un Canto di Speranza da San Salvatore al Monte

La vicenda ha avuto inizio mentre Noa si trovava nel capoluogo toscano per lavorare all’organizzazione del festival “Re-Imagine Peace”, una rassegna in programma per il prossimo luglio che si prefigge di riunire artisti israeliani e palestinesi in nome del dialogo e della convivenza. L’improvvisa escalation della tensione internazionale, con la chiusura degli spazi aerei, ha però impedito il suo rientro in Israele. In questo contesto di incertezza e preoccupazione, Noa ha trovato rifugio spirituale e un palcoscenico simbolico nella suggestiva chiesa francescana di San Salvatore al Monte, che domina Firenze.

Da qui ha condiviso sui suoi canali social un video che la ritrae mentre intona “una bellissima canzone tradizionale dello Shabbat”. Un gesto dal forte valore simbolico, un ponte tra culture e religioni in un momento di scontro. “Angeli della pace, proteggete i miei cari. Anche se è una chiesa, ma i miei angeli sono con me ovunque. E ora, più che mai”, ha scritto l’artista a corredo del video. Un messaggio di speranza e una preghiera “dal mio ‘esilio’ a Firenze”, come lei stessa lo ha definito, per la sua famiglia e per “tutte le anime innocenti” travolte dal conflitto.

L’Accusa al Governo Israeliano: “L’ultima Carta di Netanyahu”

La permanenza forzata a Firenze è diventata per Noa anche un’occasione per esprimere con forza il suo dissenso politico. In un’intervista rilasciata a Repubblica Firenze, la cantante non ha usato mezzi termini per descrivere la situazione nel suo Paese, definita “molto brutta”, e per criticare le scelte del governo. Ha raccontato di essersi sentita “male” nell’apprendere dell’attacco, aggiungendo una considerazione amara e politicamente pesante: “ma la cosa più difficile da ammettere è che lo sapevo”.

Secondo l’artista, da tempo impegnata in manifestazioni contro il governo, la guerra rappresenterebbe “l’ultima carta di Netanyahu per salvarsi”. Un’analisi lucida e severa che descrive il conflitto non solo come uno scontro tra nazioni, ma come un “gioco politico più grande”. “È un incubo per noi”, ha confessato Noa, estendendo la sua preghiera anche al popolo iraniano, affinché possa essere “libero dal regime”, pur consapevole che “le loro vite sono in pericolo”. La sua rabbia è rivolta contro una classe dirigente globale: “Sento che siamo nelle mani di leader che danno le nostre vite per scontate, in Russia, Iran, Cina, in Usa. Sono molto arrabbiata”.

Il Desiderio di Tornare e il Festival per la Pace

Nonostante il pericolo, il desiderio più grande di Noa è quello di ricongiungersi alla sua famiglia. “Per fortuna, se tutto va bene, tornerò a casa martedì di notte con un volo da Roma a Tel Aviv”, ha dichiarato, mostrando una determinazione venata di preoccupazione. “È pericoloso, ma preferisco stare con la mia famiglia anche se giorno e notte bisogna nascondersi nei rifugi”.

Nel frattempo, il suo impegno per la pace non si ferma. Il festival “Re-Imagine Peace”, curato da lei stessa insieme al chitarrista Gil Dor e presentato dalla sua fondazione Noa’s Ark, rappresenta un faro di speranza. L’evento, previsto nel Parco delle Cascine, si propone di essere un incontro multidisciplinare di musica e cultura, riunendo artisti, pensatori e costruttori di pace israeliani, palestinesi e internazionali per “gettare una luce su coloro che lavorano instancabilmente per costruire ponti tra le nostre comunità divise e re-immaginare il futuro”. Un progetto che, alla luce dei recenti avvenimenti, assume un’urgenza e un significato ancora più profondi, un tentativo di “risvegliare i cuori e le menti” e di promuovere la comprensione e la compassione in uno dei conflitti più strazianti del nostro tempo.

Di veritas

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