Un viaggio intenso e toccante nel cuore della condizione femminile e della storia della psichiatria italiana, ma anche un potente megafono per riflettere sulle urgenze del nostro presente. Si presenta così “Le libere donne”, la nuova miniserie evento di Rai 1, in onda in tre prime serate a partire da martedì 10 marzo. Protagonista assoluto è Lino Guanciale, che presta il volto e l’anima a Mario Tobino, psichiatra e poeta che con il suo lavoro rivoluzionò l’approccio alla malattia mentale.

Liberamente tratta dal celebre romanzo autobiografico “Le libere donne di Magliano” di Mario Tobino, pubblicato nel 1953, la fiction, coprodotta da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy con la regia di Michele Soavi, ci trasporta tra Lucca e Viareggio negli anni bui della Seconda Guerra Mondiale. La narrazione si snoda all’interno dell’ospedale psichiatrico femminile di Maggiano, un luogo dove il confine tra follia e normalità è labile e dove le donne venivano spesso internate non solo per disturbi mentali, ma anche perché considerate troppo “libere” per i canoni dell’epoca.

Una storia di umanità e coraggio contro lo stigma

La serie segue le vicende del dottor Mario Tobino (Lino Guanciale), un medico non convenzionale che, tornato dal fronte libico, si scontra con i metodi repressivi e le terapie aggressive in uso nel manicomio. Con un approccio profondamente umano e innovativo per l’epoca, Tobino cerca di restituire dignità e ascolto alle sue pazienti, vedendole non come “matte” da contenere, ma come esseri umani portatori di una sofferenza che merita comprensione e amore. Come lo stesso Tobino scrisse, il suo scopo era dimostrare che “anche i matti sono creature degne d’amore”.

La sua visione si scontra con quella di molti colleghi, ma trova un prezioso alleato nel giovane dottor Anselmi, interpretato da Fabrizio Biggio, con cui instaura un rapporto di fiducia e amicizia. La vita di Tobino viene scossa dall’arrivo di Margherita Lenzi (interpretata da Grace Kicaj), una giovane donna internata contro la sua volontà dal marito. Sospettando che Margherita non sia affatto malata, ma vittima di un abuso per sottrarle l’eredità, Tobino inizierà una coraggiosa battaglia per la verità, mettendo a rischio la propria carriera e confrontandosi con complessi dilemmi morali. Sullo sfondo, riemerge dal passato un antico amore, Paola Levi (Gaia Messerklinger), diventata una staffetta partigiana.

Il cast e le location di una grande produzione

Accanto a Lino Guanciale, Grace Kicaj, Gaia Messerklinger e Fabrizio Biggio, il cast vede la partecipazione di numerosi attori di talento, tra cui Paolo Giovannucci, Massimo Nicolini, Paolo Briguglia e Pia Lanciotti. Le riprese, concluse a dicembre 2024, si sono svolte in Toscana, tra Lucca e la provincia di Siena, e a Roma. La ricostruzione degli interni del manicomio, con le sue camerate, le vasche per l’idroterapia e i freddi corridoi, restituisce con grande impatto visivo l’atmosfera opprimente di un’istituzione totale degli anni Quaranta.

Lino Guanciale: “Dovremmo ‘tobinizzarci’ un po’ tutti”

La presentazione della serie alla stampa è stata l’occasione per Lino Guanciale di andare oltre il racconto della fiction, offrendo una lucida e appassionata analisi del nostro tempo. L’attore ha espresso forte preoccupazione per il contesto politico e sociale attuale, affermando: “I tempi che viviamo sono super preoccupanti, ci abbiamo messo pochissimo a tornare ad una realtà nella quale chi è forte comanda”. Ha poi sottolineato la necessità che l’Unione Europea assuma un ruolo politico più incisivo nello scacchiere internazionale.

Guanciale ha dedicato un passaggio significativo alla questione del patriarcato, criticando aspramente la superficialità con cui viene talvolta affrontata. “Io ho sentito delle frasi come ‘Il patriarcato non esiste perché mia moglie comanda a casa’”, ha dichiarato l’attore, “e sono dichiarazioni come queste, che si sentono anche al bar, allo stadio, i commenti sciocchi fatti con gli amici, che non ci faranno andare avanti”. Ha poi aggiunto che, sebbene siano stati fatti dei passi avanti, la strada per una vera parità è ancora lunga. In questo senso, ha lanciato un appello: “Tutti noi uomini, io per primo, dovremmo ‘tobinizzarci’ un po’”, un invito a fare propria l’umanità, l’empatia e il coraggio del personaggio che interpreta.

L’attore ha anche espresso il suo dissenso nei confronti del cosiddetto ddl Buongiorno, definendolo “un enorme passo indietro, quando invece era un’occasione per fare un passo in avanti, seppur piccolo”. Queste parole, cariche di impegno civile, dimostrano come la serie “Le libere donne” non sia solo un prodotto di intrattenimento, ma un’opera di grande forza civile che, parlando del passato, intende stimolare una riflessione profonda sul presente e sul futuro dei diritti e della dignità umana.

Di euterpe

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