MILANO – Il cuore pulsante del commercio energetico mondiale ha subito un arresto quasi totale. Il traffico navale nello Stretto di Hormuz, il braccio di mare che separa l’Iran dalla penisola arabica e attraverso cui transita circa un quinto del petrolio consumato globalmente, si è ridotto a un rivolo. L’escalation del conflitto in Medioriente ha trasformato queste acque strategiche in una “zona di operazioni belliche”, spingendo il traffico commerciale a una “pausa temporanea quasi completa”. A lanciare l’allarme è il Joint Marine Information Center (JMIC), un gruppo consultivo navale multinazionale, che nelle ultime 24 ore ha registrato solo due transiti commerciali confermati, entrambi di navi cargo e non di petroliere.
Una paralisi senza precedenti
I dati di tracciamento delle navi dipingono un quadro drammatico: se in condizioni normali circa 80 petroliere e gasiere attraversano lo stretto ogni giorno, negli ultimi giorni i passaggi si contano sulle dita di una mano. Centinaia di navi, per un valore stimato dalla Lloyd’s Market Association di Londra superiore ai 25 miliardi di dollari, sono bloccate ai due lati dello stretto, in attesa di un’improbabile via libera. Secondo Lloyd’s List Intelligence, circa 200 petroliere internazionali sono di fatto intrappolate nelle acque del Golfo Persico. La situazione ha spinto le principali compagnie di navigazione a sospendere le rotte nella zona, deviando il traffico e allungando i tempi di percorrenza, con costi destinati a lievitare.
Questa paralisi ha un impatto diretto e immediato sull’export energetico dei paesi del Golfo. L’Iraq ha già dovuto ridurre la produzione di circa 1,5 milioni di barili al giorno a causa dell’impossibilità di caricare il greggio sulle petroliere, e le autorità avvertono che i tagli potrebbero raggiungere i 3 milioni di barili se la situazione non si sbloccherà. Anche Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait stanno affrontando enormi difficoltà. Il Qatar, uno dei maggiori esportatori di gas naturale liquefatto (GNL), ha sospeso la produzione del suo gigantesco impianto di Ras Laffan, che da solo rappresenta circa un quinto dell’offerta globale.
Le ripercussioni sull’economia globale e sull’Italia
Le conseguenze di questo blocco si stanno già abbattendo sull’economia mondiale. I prezzi del petrolio hanno registrato un’impennata, con il Brent che ha toccato gli 80 dollari al barile, segnando il rialzo più forte da mesi. Gli analisti avvertono che, in caso di blocco prolungato, il prezzo potrebbe schizzare a 100-130 dollari al barile. Questo si tradurrebbe inevitabilmente in un aumento dei prezzi dei carburanti, dell’elettricità e, a cascata, di molti beni di consumo, riaccendendo lo spettro dell’inflazione proprio mentre le banche centrali cercavano di riportarla sotto controllo.
Per l’Italia, la situazione è particolarmente critica. Secondo un’analisi del Centro Studi di Conflavoro, un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz potrebbe avere un impatto complessivo fino a 33 miliardi di euro in sei mesi, pari a circa l’1,5% del PIL. Le famiglie potrebbero vedere aumentare le bollette fino al 30-40% e perdere fino al 7% del potere d’acquisto, con un aggravio medio di circa 100 euro al mese tra energia e alimentari. A rischio ci sarebbero anche 200.000 posti di lavoro, con produzioni in calo fino al 20% nei settori più energivori come vetro, acciaio, ceramica, chimica e carta. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha espresso preoccupazione per i possibili danni alle imprese esportatrici, annunciando che il governo sta lavorando a pacchetti di sostegno.
Le risposte della comunità internazionale
Di fronte a una crisi di tale portata, la comunità internazionale si sta muovendo. Gli Stati Uniti hanno annunciato che la marina militare è pronta a scortare le petroliere e hanno offerto garanzie assicurative e coperture finanziarie per le compagnie di navigazione. L’amministrazione Trump ha varato un programma di riassicurazione da 20 miliardi di dollari per ravvivare il trasporto marittimo nella regione. Tuttavia, queste misure non hanno ancora rassicurato del tutto gli armatori, che ritengono i rischi ancora troppo elevati.
Anche la Cina, principale partner commerciale dell’Iran e primo beneficiario delle sue esportazioni energetiche, sta esercitando forti pressioni dietro le quinte su Teheran per garantire la sicurezza delle spedizioni. È un equilibrio delicato, poiché un blocco prolungato danneggerebbe gravemente anche l’economia iraniana stessa.
Uno scenario incerto e ad alto rischio
La situazione nello Stretto di Hormuz rimane estremamente volatile e il rischio per la navigazione commerciale è considerato “critico”. Oltre agli attacchi diretti, le navi devono fare i conti con interferenze diffuse ai sistemi di navigazione satellitare (GPS), che rendono ancora più pericoloso il transito. Alcune navi stanno tentando di attraversare lo stretto a transponder spenti per non rivelare la propria posizione, una pratica rischiosa che evidenzia la gravità della situazione. Il futuro è incerto e il mondo trattiene il fiato, consapevole che la stabilità di questa stretta lingua di mare è indissolubilmente legata alla salute dell’economia globale.
