L’acuirsi delle tensioni in Medio Oriente fa scattare un campanello d’allarme per l’economia italiana, che si trova a fronteggiare una minaccia su due fronti strategici: le esportazioni del Made in Italy e l’approvvigionamento di risorse energetiche. Un’analisi approfondita condotta da Confartigianato mette in luce la portata del rischio: sono in bilico ben 27,8 miliardi di euro di export manifatturiero diretto verso i mercati mediorientali e 15,9 miliardi di euro di importazioni di beni energetici. Questa duplice vulnerabilità rischia di colpire simultaneamente le catene di fornitura e i mercati di sbocco, generando un’ondata di incertezza che potrebbe frenare la ripresa economica e gli investimenti delle imprese.

L’area mediorientale non è un mercato qualsiasi per l’Italia. Rappresenta una destinazione cruciale che, negli ultimi anni, ha mostrato un dinamismo notevole. I dati relativi ai primi undici mesi del 2025 evidenziano una crescita delle esportazioni italiane verso il Medio Oriente del 7,9%, un ritmo più che doppio rispetto alla media complessiva del Made in Italy, che si è fermata al +3,1%. In totale, le vendite di prodotti manifatturieri in questa regione rappresentano il 4,6% del nostro export totale di settore. Allo stesso tempo, da quest’area proviene oltre un quarto (il 27,4%) del nostro import di petrolio e gas. È evidente, quindi, come un’escalation del conflitto possa innescare un effetto domino con conseguenze potenzialmente severe.

I settori e i mercati più esposti del Made in Italy

Analizzando nel dettaglio le esportazioni, emerge un quadro variegato dei settori più coinvolti. Il comparto dei macchinari e apparecchi è il più esposto, con un valore di quasi 7 miliardi di euro, pari a un quarto del totale dell’export manifatturiero italiano nell’area. Seguono a distanza i metalli e i prodotti in metallo, i mezzi di trasporto e il sistema moda, che include tessile, abbigliamento e accessori. Rilevante è anche il contributo delle produzioni tipiche delle micro e piccole imprese, come l’alimentare, il legno-arredo e la gioielleria.

Tra i mercati di destinazione, gli Emirati Arabi Uniti si confermano il partner principale, assorbendo esportazioni per oltre 9 miliardi di euro e registrando una crescita sostenuta del 18,5% nel 2025. Seguono l’Arabia Saudita, con 6,3 miliardi e un incremento del 3,7%, e altri mercati dinamici come il Kuwait, che ha visto un balzo del 57,2%, e il Libano. Anche il settore ortofrutticolo, in particolare quello delle mele, guarda con preoccupazione alla crisi, con l’Arabia Saudita che rappresenta il terzo mercato di sbocco a livello mondiale. La riorganizzazione forzata delle rotte marittime, con la possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, e le incertezze sulla solvibilità dei clienti aggravano ulteriormente la situazione.

Le regioni italiane sotto i riflettori

L’impatto della crisi non è uniforme sul territorio nazionale. L’analisi di Confartigianato evidenzia come alcune regioni siano particolarmente esposte a causa della loro forte vocazione esportatrice verso il Medio Oriente. La Lombardia è in prima linea, con un export che supera gli 8 miliardi di euro, circa un terzo del totale nazionale verso l’area. Seguono la Toscana, che mostra il dinamismo maggiore con una crescita del 24,2% delle vendite nei primi nove mesi del 2025, l’Emilia-Romagna, il Veneto e il Friuli-Venezia Giulia. Per la Toscana, in particolare, il distretto orafo di Arezzo gioca un ruolo fondamentale, con gli Emirati Arabi Uniti che rappresentano un hub commerciale cruciale. In Emilia-Romagna, province come Bologna e Modena sono tra le più coinvolte, con settori chiave come la meccanica e l’automotive.

Il fronte energetico e le ricadute sull’economia

Sul versante energetico, la dipendenza dal Medio Oriente è un fattore di rischio critico. Un blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del commercio mondiale di petrolio e Gas Naturale Liquefatto (GNL), potrebbe ridurre l’offerta globale e innescare una nuova fiammata dei prezzi. Questo si tradurrebbe in un aumento dei costi di produzione e trasporto per le imprese, erodendo i margini di profitto e mettendo sotto pressione la competitività. Secondo le simulazioni, un aumento di 10 dollari al barile per il petrolio e di 10 euro per MWh per il gas per un biennio potrebbe tagliare la crescita del PIL italiano di 0,1 punti il primo anno e di 0,2 il secondo. La CGIA di Mestre stima che, in uno scenario di conflitto a lungo termine, le imprese italiane potrebbero affrontare un aggravio dei costi energetici di quasi 10 miliardi di euro.

In questo contesto di crescente incertezza, le associazioni di categoria come Assolombarda e Confindustria si stanno mobilitando per monitorare la situazione e fornire supporto alle aziende, attivando help desk e strumenti per gestire i rischi legati alla sicurezza, alla logistica e alla gestione dei contratti. L’obiettivo è navigare in queste acque turbolente, cercando di mitigare l’impatto di una crisi che minaccia di rallentare un percorso di ripresa già fragile.

Di atlante

Un faro di saggezza digitale 🗼, che illumina il caos delle notizie 📰 con analisi precise 🔍 e un’ironia sottile 😏, invitandovi al dialogo globale 🌐.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *