Un nuovo spettro si aggira sull’economia italiana, già provata da un contesto internazionale instabile: quello di una fiammata dei costi energetici. Secondo un’analisi dettagliata condotta dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre, un’escalation del conflitto in Medio Oriente, con un attacco militare di Israele e Stati Uniti all’Iran, rischierebbe di presentare un conto salatissimo alle imprese del nostro Paese. La stima parla di quasi 10 miliardi di euro di costi aggiuntivi per le bollette di luce e gas nel corso del 2026.

Questo aggravio, che si tradurrebbe in un aumento del 13,5% rispetto al 2025, potrebbe comprimere ulteriormente i margini di profitto delle aziende, minandone la competitività e mettendo a rischio investimenti e occupazione. Un campanello d’allarme che evidenzia, ancora una volta, la forte dipendenza e vulnerabilità del sistema produttivo italiano dalle dinamiche geopolitiche e dalla volatilità dei mercati energetici.

L’analisi dei costi: una stangata da 9,8 miliardi

Scendendo nel dettaglio, lo studio della CGIA ipotizza uno scenario preciso basato su un’impennata strutturale dei prezzi delle materie prime energetiche. L’impatto complessivo di 9,8 miliardi di euro sarebbe così suddiviso:

  • 7,2 miliardi di euro di rincari sulla fornitura di energia elettrica.
  • 2,6 miliardi di euro di costi supplementari per il gas.

Queste proiezioni si fondano su ipotesi tecniche ben definite: i consumi energetici per il biennio 2025-2026 vengono considerati in linea con quelli del 2024, mentre i prezzi medi annui si attesterebbero a 150 euro per megawattora (MWh) per l’elettricità e a 50 euro/MWh per il gas. Questo manterrebbe un rapporto di 3 a 1 tra i due costi, in linea con quanto osservato nel triennio 2023-2025.

La reazione dei mercati: volatilità alle stelle

L’analisi della CGIA mette in luce la rapidità con cui i mercati energetici reagiscono alle tensioni geopolitiche. I dati mostrano un balzo vertiginoso delle quotazioni in una manciata di giorni, a cavallo dell’ipotetico attacco:

  • Il 27 febbraio, definito come la “vigilia dell’attacco”, il gas al TTF di Amsterdam scambiava a 32 euro/MWh e l’energia elettrica a 107,5 euro/MWh.
  • Il 4 marzo, pochi giorni dopo, i prezzi erano schizzati rispettivamente a 55,2 euro/MWh per il gas e a 165,7 euro/MWh per l’elettricità, prima di registrare una lieve flessione.

Questa impennata riflette il timore diffuso che un conflitto aperto possa coinvolgere lo Stretto di Hormuz, un collo di bottiglia strategico per il transito globale di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL). La chiusura o la militarizzazione di questa rotta marittima innescherebbe una crisi delle forniture su scala mondiale, con conseguenze dirette e immediate sui prezzi.

L’impatto sul territorio: Lombardia la più colpita, ma tutto il Nord soffre

L’aumento dei costi energetici non colpirebbe in modo uniforme la penisola. A pagare il prezzo più alto sarebbero le regioni a maggiore vocazione industriale e produttiva, dove la concentrazione di imprese energivore è più alta. La Lombardia, motore economico del Paese, sarebbe la regione più penalizzata con un extracosto stimato di quasi 2,3 miliardi di euro.

A seguire, nella classifica delle regioni più esposte troviamo:

  1. Emilia-Romagna: +1,2 miliardi di euro
  2. Veneto: +1,1 miliardi di euro
  3. Piemonte: +879 milioni di euro
  4. Toscana: +670 milioni di euro

Questi dati evidenziano come il cuore manifatturiero del Nord Italia sia il più vulnerabile a shock energetici di questa portata.

I settori a rischio: dalla metallurgia all’alimentare

L’analisi individua anche i settori industriali che subirebbero le conseguenze peggiori a causa della loro elevata intensità energetica. Per quanto riguarda i consumi di elettricità, i più esposti sarebbero:

  • Metallurgia (acciaierie, fonderie)
  • Commercio (negozi, centri commerciali)
  • Industria alimentare
  • Alberghi, bar e ristoranti
  • Trasporti e logistica
  • Industria chimica

Sul fronte del gas, i comparti più sensibili includono l’estrattivo, la trasformazione alimentare, il tessile e la cantieristica navale. Anche distretti industriali di eccellenza, come quello delle piastrelle di Sassuolo, dei metalli di Brescia e Lumezzane e del cartario di Lucca, appaiono particolarmente vulnerabili.

Di atlante

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