TRIESTE – In un contesto mediorientale segnato da crescenti tensioni e operazioni militari, la stabilità del regime iraniano torna al centro del dibattito internazionale. Secondo Federico Donelli, docente di Relazioni Internazionali presso l’Università di Trieste, è “ancora presto per parlare di regime che crolla”. In un’intervista rilasciata all’ANSA, l’esperto ha delineato un quadro complesso della situazione, sottolineando la solidità di una struttura politico-istituzionale costruita e consolidata in oltre quarant’anni.
Una Struttura di Potere Orizzontale e Resiliente
L’analisi di Donelli si discosta dalle narrazioni che prevedono un’imminente implosione del sistema iraniano. La chiave di volta, secondo il docente, risiede nella natura stessa dell’architettura istituzionale e militare della Repubblica Islamica. A differenza di altri regimi, come quello venezuelano, caratterizzato da una struttura “verticale” dove l’eliminazione del vertice può innescare un cambiamento radicale, l’Iran presenta un’organizzazione “orizzontale”. Questo significa che, anche se “sono stati decapitati alcuni centri di potere”, il sistema è in grado di funzionare e auto-sostenersi grazie a una rete complessa e interconnessa di istituzioni di sicurezza, religiose e militari.
Questa visione è condivisa da altri analisti, i quali evidenziano come il sistema iraniano sia un ibrido di istituzioni non elette, controllate dalla Guida Suprema, e organi eletti come il Presidente e il Parlamento, creando una distribuzione del potere che ne aumenta la resilienza. La morte dell’Ayatollah Ali Khamenei, pur rappresentando “un cambiamento significativo che apre una nuova fase per il Paese”, non determina automaticamente la fine del regime. Il sistema ha già previsto meccanismi di successione, con la nomina di una leadership ad interim per gestire la fase di emergenza e avviare un processo di selezione interna all’élite.
La Delicata Fase della Successione
La scomparsa di Khamenei, figura centrale e ultimo baluardo della prima generazione rivoluzionaria, accelera una transizione di potere verso la seconda generazione, in particolare verso le forze dei Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica). Questo passaggio generazionale, già in corso da tempo, potrebbe portare a un approccio meno pragmatico e più assertivo in politica interna ed estera. Il processo di successione è affidato all’Assemblea degli Esperti, un organo composto da 88 religiosi sciiti eletti a suffragio popolare, che ha il compito di nominare la nuova Guida Suprema. Sebbene si sia parlato dell’elezione del figlio di Khamenei, Mojtaba, tale scelta dinastica non ha precedenti e potrebbe turbare i delicati equilibri interni.
Le Dinamiche Interne: Dissenso e Crisi Economica
La stabilità del regime non è esente da sfide interne. L’Iran sta attraversando una fase di profonda instabilità politica e sociale, alimentata da una grave crisi economica, inflazione, disoccupazione e corruzione. Queste tensioni hanno dato vita a diffuse manifestazioni di protesta che non si limitano a richieste economiche, ma mettono in discussione l’intero sistema di potere, chiedendo maggiori libertà civili e diritti politici. La risposta del governo è stata una dura repressione, con arresti di massa, uso della forza e blackout di internet per impedire l’organizzazione dei manifestanti.
Un fattore cruciale, evidenziato da Donelli, è che la dissidenza interna, pur contestando il regime, “non vuole una sostituzione degli ayatollah con vertici decisi da Usa o da Israele”. Questo sentimento nazionalista complica qualsiasi ipotesi di un cambiamento di regime pilotato dall’esterno, che rischierebbe di trasformare l’Iran in un conflitto lungo e logorante, simile a quanto accaduto in Iraq.
Il Contesto Geopolitico: “L’Elefante nella Stanza”
Sul piano geopolitico, la situazione è altrettanto complessa. Donelli sottolinea la presenza di un “elefante nella stanza”: nessun paese del Golfo “vuole Israele leader regionale”. Questa diffidenza, condivisa anche da potenze come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, frena la formazione di un fronte unito anti-iraniano e complica le strategie di Stati Uniti e Israele. Le monarchie del Golfo, pur preoccupate dall’instabilità iraniana, temono che un crollo del regime possa sfociare in una guerra civile con conseguenze catastrofiche per l’intera regione.
L’Iran, da parte sua, ha reagito agli attacchi esterni espandendo il campo di battaglia, colpendo infrastrutture e basi militari nei paesi del Golfo che ospitano personale statunitense, con l’obiettivo di distribuire il rischio e aumentare la pressione sugli alleati americani. Questa strategia, sebbene rischiosa, dimostra la capacità di reazione del sistema iraniano e la sua volontà di non subire passivamente le pressioni esterne.
In conclusione, l’analisi suggerisce che, nonostante le forti pressioni interne ed esterne, la struttura di potere iraniana possiede una notevole capacità di tenuta. La transizione post-Khamenei sarà un passaggio delicato e potenzialmente destabilizzante, ma il sistema è progettato per sopravvivere a tali shock. Il futuro dell’Iran e del Medio Oriente dipenderà non solo dalle dinamiche interne alla Repubblica Islamica, ma anche dai complessi e mutevoli equilibri di potere regionali.
