Un’onda di solidarietà ha attraversato l’Italia, unendo il Paese da Nord a Sud in una mobilitazione senza precedenti del personale sanitario. Medici, infermieri e operatori hanno lasciato per qualche istante i reparti per manifestare davanti a oltre 60 strutture ospedaliere, dal Niguarda di Milano al Cardarelli di Napoli, passando per i policlinici di Roma, Firenze e Bari. L’obiettivo: lanciare un messaggio forte e chiaro in difesa delle Organizzazioni Non Governative (ONG) che operano nei territori palestinesi e del diritto universale alla vita e alla cura.
“No liste, no bersagli”: La protesta contro la schedatura
L’iniziativa, promossa da una rete di 16 organizzazioni italiane ed europee, tra cui spicca la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), è nata in risposta alla decisione che avrebbe obbligato 37 ONG a cessare le proprie attività a Gaza e in Cisgiordania a partire dal 28 febbraio. Tra le organizzazioni coinvolte figurano nomi di primo piano nell’assistenza umanitaria come Medici Senza Frontiere (MSF) e Oxfam.
Il casus belli è stata la richiesta, definita “inaccettabile e senza precedenti”, di consegnare gli elenchi con i nominativi del personale palestinese impiegato dalle ONG. Un atto che, secondo i promotori della protesta, equivarrebbe a fornire una lista di possibili bersagli, mettendo a grave rischio la sicurezza degli operatori e delle loro famiglie in un contesto già drammatico. “Siamo qui davanti alle nostre strutture sanitarie perché la sanità non è neutrale quando la cura viene trasformata in un crimine”, hanno dichiarato i manifestanti, sottolineando come questa richiesta rappresenti una pericolosa forma di “schedatura” e “targettizzazione” del personale sanitario.
La mobilitazione, svoltasi sotto lo slogan “No liste no bersagli. Solidarietà e cura non sono reato”, ha voluto riaffermare con forza l’autonomia professionale e il rispetto del diritto internazionale umanitario, principi cardine sanciti dalle Convenzioni di Ginevra.
Una crisi umanitaria senza precedenti
La protesta dei sanitari italiani si inserisce in un quadro umanitario a Gaza definito catastrofico da tutte le principali agenzie internazionali. Il sistema sanitario è al collasso, con tutti i 36 ospedali della Striscia colpiti, parzialmente o totalmente. Il bilancio per il personale medico è tragico: si stima che circa 1.700 operatori sanitari siano stati uccisi. La situazione è aggravata dalla carenza di tutto: cibo, acqua, medicinali e attrezzature mediche.
Bandire le ONG, come hanno ribadito i manifestanti, significa “privare una popolazione stremata delle ultime possibilità di sopravvivenza e violare ancora una volta il diritto internazionale”. Le organizzazioni internazionali, infatti, svolgono un ruolo cruciale, sostenendo o gestendo direttamente la maggior parte dell’assistenza alimentare e delle operazioni degli ospedali da campo.
A sostegno della mobilitazione è stata lanciata anche una petizione online, intitolata “No liste, no bersagli. Stiamo con le ONG, stiamo con Gaza”, che ha rapidamente raccolto migliaia di adesioni.
Sviluppi recenti: la sospensione della Corte Suprema israeliana
In un importante sviluppo, la Corte Suprema israeliana ha temporaneamente sospeso il provvedimento del governo che imponeva lo stop alle attività delle ONG. La decisione è arrivata in seguito al ricorso presentato da 17 delle 37 organizzazioni coinvolte. Sebbene accolta come una notizia positiva, le ONG sottolineano che la situazione resta critica e che le loro operazioni sono ancora fortemente limitate. “Siamo determinati a restare”, ha dichiarato Medici Senza Frontiere, evidenziando come i bisogni della popolazione siano enormi e le restrizioni imposte abbiano “conseguenze mortali”.
La mobilitazione del personale sanitario italiano, dunque, non è stata solo un atto di solidarietà, ma un richiamo fondamentale ai principi di umanità e neutralità della cura, un appello a non restare in silenzio di fronte a una crisi che minaccia le fondamenta del diritto internazionale e della dignità umana.
