Caracas, Venezuela – La tensione nel panorama politico e sociale del Venezuela si acuisce con una nuova, drammatica forma di protesta. Circa 200 detenuti politici, reclusi nel famigerato carcere di El Rodeo I, a circa 40 chilometri a est della capitale Caracas, hanno dato il via a uno sciopero della fame. La loro richiesta è chiara e potente: un’amnistia che sia realmente inclusiva e che porti alla scarcerazione “immediata e incondizionata” di tutti i prigionieri politici, civili e militari.
La protesta nasce in risposta diretta a una nuova legge di amnistia, approvata all’unanimità dal Parlamento venezuelano e promulgata dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez. Sebbene il provvedimento abbia già portato alla liberazione di 379 persone, secondo le dichiarazioni del deputato Jorge Arreaza, e sia stato presentato dal procuratore generale Tarek William Saab come l’inizio di una “nuova fase di dialogo”, esso presenta criteri di esclusione molto stringenti. La legge, infatti, si applica solo a chi ha partecipato a specifiche proteste contro il governo tra il 1999 e il 2025, escludendo chi è accusato di “gravi violazioni dei diritti umani, crimini contro l’umanità, omicidi, traffico di droga e reati di corruzione”, oltre a coloro che hanno “promosso, finanziato o partecipato ad azioni armate contro lo stato venezuelano”. Proprio queste clausole lasciano dietro le sbarre un numero significativo di oppositori, stimato dalle organizzazioni per i diritti umani tra le 600 e le 900 persone.
La voce dell’opposizione e le conferme internazionali
A dare risonanza alla protesta è stato Juan Pablo Guanipa, dirigente dell’opposizione e considerato il braccio destro della leader oppositrice e premio Nobel per la Pace 2025, María Corina Machado. Guanipa, lui stesso recentemente rilasciato dopo una detenzione di oltre nove mesi, ha diffuso la notizia sottolineando il “precario stato di salute della maggior parte dei detenuti del carcere”. La sua vicenda personale è emblematica della complessa situazione giudiziaria del paese: arrestato a maggio 2025, è stato rilasciato e poi nuovamente fermato da “uomini armati in borghese” poche ore dopo, un evento denunciato con forza da Machado.
La notizia dello sciopero ha trovato conferma anche attraverso i canali social. Maria Alexandra Gomez, moglie del gendarme argentino Nahuel Gallo, detenuto a El Rodeo da oltre un anno, ha corroborato la notizia attraverso un post su X, portando una testimonianza diretta della disperazione che serpeggia tra i familiari dei prigionieri. La protesta dei detenuti, infatti, segue di pochi giorni quella intrapresa da mogli, madri e sorelle dei prigionieri politici, che avevano anch’esse iniziato uno sciopero della fame davanti a un centro di detenzione a Caracas per denunciare ritardi e “manipolazioni” nell’approvazione della legge.
Il contesto: un’amnistia parziale e un sistema carcerario al collasso
La nuova legge di amnistia si inserisce in un contesto politico estremamente delicato, segnato dalla recente cattura dell’ex presidente Nicolás Maduro e dalle forti pressioni internazionali, in particolare da parte di Washington. Tuttavia, le organizzazioni per i diritti umani, come Foro Penal, e le stesse opposizioni, hanno fin da subito espresso scetticismo, evidenziando come la legge non sia automatica ma richieda una valutazione caso per caso da parte di un sistema giudiziario accusato di essere dipendente dal potere politico.
La situazione è aggravata dalle condizioni disumane delle carceri venezuelane. L’Osservatorio venezuelano delle carceri ha denunciato un sovraffollamento che a settembre superava del 184% la capienza ufficiale, con detenuti che, come nel penitenziario di Tocorón, ricevevano solo due bicchieri d’acqua al giorno. Il carcere di El Rodeo, epicentro della protesta, è tristemente noto anche per aver ospitato per oltre un anno il cooperante italiano Alberto Trentini.
La protesta dei 200 detenuti di El Rodeo non è quindi solo una richiesta di libertà, ma un grido d’allarme contro un’amnistia percepita come parziale e insufficiente, e contro un sistema che continua a violare i diritti fondamentali. Mentre il governo parla di riconciliazione, le voci dal carcere raccontano una storia diversa, una storia di esclusione e di lotta per una giustizia che, per molti, sembra ancora lontana.
