Filadelfia – Sono trascorsi esattamente ottant’anni da quel 15 febbraio 1946, giorno in cui nei locali della Moore School of Electrical Engineering dell’Università della Pennsylvania, venne ufficialmente presentato al mondo un macchinario destinato a cambiare per sempre il corso della storia: l’ENIAC, acronimo di Electronic Numerical Integrator and Computer. Definito dalla stampa dell’epoca un “Cervello Gigante”, l’ENIAC non fu semplicemente un’altra macchina calcolatrice, ma il primo computer elettronico, digitale e programmabile per scopi generali mai realizzato. Un primato che, sebbene oggi soggetto a dibattito storiografico per via di progetti precedenti come il Colossus britannico (tenuto segreto per decenni) o lo Z3 del tedesco Konrad Zuse (distrutto durante la guerra), segnò un punto di svolta inequivocabile, dando il via alla rivoluzione informatica che definisce il nostro presente.
Nato per la guerra, destinato al futuro
L’urgenza della Seconda Guerra Mondiale fu il catalizzatore per la nascita dell’ENIAC. A partire dal 1943, l’esercito statunitense, impantanato nella complessità dei calcoli balistici necessari per le tavole di tiro dell’artiglieria, finanziò il “Project PX” con una somma che lievitò dai 61.700 dollari inizialmente previsti a quasi 487.000 dollari finali (equivalenti a circa 7 milioni di dollari odierni). Il compito di tradurre questa esigenza in realtà fu affidato a due menti brillanti dell’Università della Pennsylvania: il fisico John Mauchly e il giovane ingegnere J. Presper Eckert. Insieme al loro team, lavorarono per oltre 7.200 ore per dare vita a una macchina che superava ogni immaginazione.
Le dimensioni dell’ENIAC erano a dir poco monumentali. Occupava una superficie di circa 180 metri quadrati, pesava 30 tonnellate ed era composto da un labirinto di 42 pannelli metallici. Il suo cuore pulsante era costituito da quasi 18.000 valvole termoioniche (o tubi a vuoto), coadiuvate da 7.200 diodi, 1.500 relè, 70.000 resistori e 10.000 condensatori. Questo colosso tecnologico assorbiva una quantità di energia elettrica impressionante, circa 150-170 kW, tanto che alla sua prima accensione si narra abbia causato un blackout nella zona Ovest di Filadelfia. Il calore generato era un problema costante, con le valvole che inizialmente si bruciavano al ritmo di una ogni due minuti, richiedendo la sostituzione di circa 19.000 unità durante tutto il suo ciclo di vita, terminato il 2 ottobre 1955.
Una rivoluzione nel calcolo
Nonostante la sua mole e le sue fragilità, la potenza di calcolo dell’ENIAC era sbalorditiva per l’epoca. Era in grado di eseguire 5.000 addizioni o 300 moltiplicazioni al secondo, una velocità mille volte superiore a quella di qualsiasi calcolatore elettromeccanico esistente. Sebbene completato a guerra ormai finita, nel novembre 1945, le sue capacità non rimasero inutilizzate. Il suo primo, vero compito fu un calcolo top-secret per lo studio di fattibilità della bomba a idrogeno, su suggerimento del geniale matematico John von Neumann, che collaborava sia con la Moore School che con il laboratorio di Los Alamos. Successivamente, l’ENIAC fu impiegato in una vasta gamma di applicazioni scientifiche: dalla ricerca sui raggi cosmici alla progettazione di gallerie del vento, fino alla prima previsione meteorologica computerizzata e alla classificazione dei dati dei censimenti.
Tuttavia, programmare l’ENIAC era un’impresa titanica. A differenza dei computer moderni che memorizzano i programmi, l’ENIAC doveva essere fisicamente “cablato” per ogni nuovo problema. Questo processo, che poteva richiedere giorni o addirittura settimane, consisteva nel collegare manualmente cavi su pannelli e impostare migliaia di interruttori. Un lavoro meticoloso e complesso, considerato all’epoca di natura quasi impiegatizia e, per questo, affidato a un team di sei donne.
Le “ENIAC Girls”: le pioniere dimenticate della programmazione
La storia dell’ENIAC è incompleta senza il racconto del contributo cruciale delle sue prime programmatrici, un gruppo di sei brillanti matematiche selezionate tra circa 200 candidate che lavoravano come “computer umani” per l’esercito: Fran Bilas, Jean Jennings, Ruth Lichterman, Kay McNulty, Betty Snyder e Marlyn Wescoff. Soprannominate le “ENIAC Girls”, queste donne non ricevettero manuali o linguaggi di programmazione; dovettero inventare la programmazione da zero, studiando gli schemi elettrici della macchina per capire come “istruirla”.
Il loro ruolo fu fondamentale per il successo del progetto, eppure venne quasi completamente cancellato dalla narrazione ufficiale. Durante la presentazione pubblica del 1946, mentre gli ingegneri Mauchly ed Eckert venivano celebrati come i geniali inventori, le sei programmatrici non furono nemmeno presentate. Il loro lavoro, considerato secondario, fu oscurato, e per decenni il loro contributo pionieristico rimase sconosciuto. Fu solo negli anni ’80, grazie alla ricercatrice Kathy Kleiman, che la loro storia cominciò a riemergere. Nel 1997, tutte e sei sono state finalmente inserite nella Women in Technology International Hall of Fame, ricevendo un tardivo ma meritatissimo riconoscimento per aver gettato le basi della programmazione moderna.
L’eredità dell’ENIAC
Pur con i suoi limiti, come la mancanza di un programma memorizzato (un concetto che sarebbe stato sviluppato nel suo successore, l’EDVAC), l’ENIAC ha dimostrato la fattibilità e il valore del calcolo elettronico digitale. Ha segnato il passaggio dall’era meccanica a quella elettronica, spianando la strada a macchine sempre più piccole, veloci e potenti. Ogni smartphone che teniamo in tasca, ogni motore che analizziamo e ogni tendenza di stile che seguiamo attraverso la tecnologia, porta in sé un frammento del DNA di quel colosso di valvole e fili che, ottant’anni fa, accese la scintilla del futuro digitale.
