La tensione resta alta attorno al caso della cosiddetta “famiglia del bosco”, la coppia anglo-australiana composta da Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, al centro di una complessa vicenda giudiziaria da quando, il 20 novembre 2025, i loro tre figli minori sono stati collocati in una casa famiglia a Vasto, in Abruzzo, con sospensione della responsabilità genitoriale. Negli ultimi giorni, il dibattito si è infiammato attorno a un elemento tanto concreto quanto simbolico: una porta. Secondo i legali della coppia, Marco Femminella e Danila Solinas, questa porta verrebbe chiusa a chiave durante la notte, separando di fatto la madre, che alloggia al secondo piano della struttura, dai suoi bambini al piano terra, causando in loro “traumi”, “panico e urla disperate”. Una versione dei fatti che la dirigenza della casa famiglia ha smentito con forza attraverso un duro comunicato, offrendo una ricostruzione diametralmente opposta.
La versione della casa famiglia: “Nessun divieto, porta antipanico sempre apribile”
Nella nota ufficiale, la struttura protetta chiarisce che a Catherine “non ha mai trovato la porta chiusa dal lato a lei accessibile e non le è mai stato impedito dal personale di raggiungere i figli in qualsiasi momento, anche nelle ore notturne”. Anzi, la dirigenza afferma che è accaduto spesso che la madre sia scesa a dormire con i figli o li abbia portati nel suo appartamento. La porta in questione, spiegano, non è quella delle camere dei minori, ma una porta di accesso al pianerottolo delle scale interne, dotata di un maniglione antipanico che ne consente sempre l’apertura dall’interno.
La struttura ammette di aver chiuso la porta in una sola occasione, nel pomeriggio del 9 febbraio, ma “esclusivamente per prevenire situazioni di rischio”. La motivazione addotta è che i tre bambini, “eludendo la supervisione educativa, avevano iniziato a salire ai piani superiori, dove sono presenti scale, finestre, terrazze e locali non destinati ai minori, per recarsi dalla madre al secondo piano”. Una misura, dunque, adottata unicamente a tutela della loro incolumità fisica.
La denuncia dei legali e la preoccupazione per lo stato psicologico dei bambini
La versione della casa famiglia si scontra frontalmente con la diffida formale inviata il 10 febbraio dai legali della coppia ai Servizi Sociali dell’Altovastese e al Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Nell’atto, gli avvocati parlano di una “decisione arbitraria” che determina “una ulteriore e ingiustificata sofferenza nei tre minori, erigendo, di fatto, un muro di angoscia”. Secondo la difesa, i bambini percepirebbero questa separazione notturna come una punizione, un trauma che si aggiungerebbe a quello dello “sradicamento” dal loro ambiente di vita.
A corroborare queste preoccupazioni vi è anche la relazione del neuropsichiatra di parte, Tonino Cantelmi, che ha parlato di “effetti del trauma da sradicamento” e di “stati emotivi disfunzionali” visibili nei bambini. La vicenda si arricchisce così di un ulteriore, delicato, livello di analisi, quello relativo alla salute mentale dei minori, vero fulcro attorno al quale ruota l’intera vicenda giudiziaria.
Il contesto: una scelta di vita sotto la lente del Tribunale
È fondamentale ricordare che l’intervento del Tribunale per i minorenni dell’Aquila trae origine dalla scelta di vita della famiglia Trevallion-Birmingham. La coppia viveva con i figli in un casolare isolato nei boschi di Palmoli, in provincia di Chieti, in condizioni ritenute “fatiscenti e prive dei servizi essenziali” dalle autorità, emerse dopo un ricovero per intossicazione da funghi. Le principali criticità sollevate dai giudici, che hanno portato alla sospensione della responsabilità genitoriale, riguardano:
- Il diritto all’istruzione: i bambini non frequentavano la scuola e, secondo le perizie, non avrebbero raggiunto un adeguato livello di alfabetizzazione.
- Il diritto alla socializzazione: l’isolamento è stato visto come un potenziale pregiudizio per lo sviluppo di relazioni con i pari.
- La tutela della salute: è stata contestata la mancanza di un pediatra di riferimento e di controlli sanitari costanti.
I genitori hanno sempre difeso il loro stile di vita come una scelta consapevole, basata sull’unschooling e su un profondo legame con la natura, negando ogni forma di disagio per i figli.
Smentita anche l’ex dipendente: “Nessun rapporto con noi dal 2013”
Nel suo comunicato, la fondazione che gestisce la casa d’accoglienza ha smentito anche le dichiarazioni di una presunta ex dipendente, apparsa in un servizio televisivo, che aveva descritto le condizioni della madre Catherine come simili a un “41 bis”. La struttura ha precisato che la signora in questione “non è una ‘ex operatrice della Casa Accoglienza recentemente andata in pensione'”, in quanto l’ultimo rapporto contrattuale risale al 2013. Da allora, non avrebbe più avuto alcun legame con la struttura.
La vicenda si appresta a vivere nuovi capitoli: la coppia anglo-australiana è attesa per un’ultima seduta di valutazione psicologica disposta dal Tribunale, dopo che la precedente era stata interrotta a causa dello stato di fragilità emotiva della madre. La contrapposizione tra la narrazione dei legali e quella della casa famiglia rende il quadro ancora più complesso, lasciando aperta una domanda fondamentale: quale sia, al di là delle versioni contrastanti, il reale e supremo interesse dei tre bambini.
