MONACO DI BAVIERA – La notizia della morte di Alexei Navalny, il più tenace e noto oppositore del presidente russo Vladimir Putin, ha scosso le fondamenta della politica internazionale, provocando una ferma e quasi unanime condanna da parte dei leader occidentali. Navalny, 47 anni, è deceduto il 16 febbraio 2024 in una colonia penale a Kharp, nella regione artica di Yamal-Nenets, dove stava scontando una pena detentiva di 19 anni per accuse ampiamente considerate di matrice politica. La sua scomparsa non è vista come un tragico incidente, ma come il culmine di una persecuzione sistematica orchestrata dal Cremlino.
Tra le voci più dure levatesi nel coro di sdegno, vi è quella del premier britannico Keir Starmer, che ha affidato a X (ex Twitter) un messaggio di cordoglio e di accusa: “Alexei Navalny ha dimostrato un enorme coraggio di fronte alla tirannia. La sua determinazione a rivelare la verità ha lasciato un’eredità duratura e oggi i miei pensieri sono rivolti alla sua famiglia. Sto facendo tutto il necessario per difendere il nostro popolo, i nostri valori e il nostro stile di vita dalla minaccia della Russia e dalle intenzioni omicide di Putin”. Parole che non lasciano spazio a interpretazioni e che inquadrano la morte di Navalny in un più ampio contesto di scontro tra i valori democratici e l’autoritarismo russo.
Chi era Alexei Navalny: l’avvocato che sfidava il Cremlino
Per comprendere appieno la portata di questo evento, è essenziale ripercorrere la traiettoria di Alexei Navalny. Nato nel 1976, laureato in legge e finanza, Navalny è emerso sulla scena politica russa come un blogger anti-corruzione. Attraverso il suo blog e, successivamente, la sua Fondazione Anti-corruzione (FBK), ha meticolosamente documentato e denunciato l’arricchimento illecito e gli abusi di potere all’interno dell’élite russa, colpendo direttamente la cerchia di potere di Vladimir Putin. Le sue inchieste, diffuse viralmente sui social media, hanno raggiunto milioni di russi, trasformandolo nel catalizzatore di un vasto movimento di protesta.
La sua carriera politica è stata costellata di arresti, processi e condanne che, secondo i suoi sostenitori e numerose organizzazioni internazionali per i diritti umani, erano politicamente motivati e mirati a neutralizzare la sua influenza. Nonostante la crescente pressione, Navalny ha continuato la sua lotta, candidandosi a sindaco di Mosca nel 2013 e tentando di correre per le elezioni presidenziali del 2018, candidatura poi respinta dalle autorità.
Dall’avvelenamento al ritorno in patria: il sacrificio consapevole
L’episodio che ha segnato una svolta drammatica nella sua vita è avvenuto nell’agosto del 2020, quando è stato avvelenato con un agente nervino del gruppo Novichok, una sostanza chimica di tipo militare. Sopravvissuto per miracolo grazie al trasferimento d’urgenza in Germania per le cure, Navalny ha accusato direttamente i servizi segreti russi (FSB) di aver orchestrato il tentato omicidio. Invece di scegliere la via dell’esilio, una volta ristabilitosi, ha preso una decisione di straordinario coraggio: nel gennaio 2021, è tornato in Russia, pienamente consapevole che sarebbe stato arrestato.
Come previsto, è stato immediatamente incarcerato al suo arrivo a Mosca. Da quel momento, è iniziato un calvario giudiziario e fisico che lo ha visto trasferito in carceri sempre più dure, sottoposto a lunghi periodi di isolamento e privato, secondo i suoi legali e la sua famiglia, di adeguate cure mediche. La sua ultima destinazione è stata la colonia penale IK-3, nota come “Lupo Polare”, una delle prigioni più severe del sistema russo, situata oltre il Circolo Polare Artico.
Le circostanze della morte e le accuse di un secondo avvelenamento
Secondo il comunicato ufficiale del servizio penitenziario federale russo, Navalny si sarebbe sentito male dopo una passeggiata, perdendo conoscenza quasi subito. I tentativi di rianimazione, si legge, non avrebbero dato esito positivo. Questa versione, tuttavia, è stata accolta con profondo scetticismo dalla comunità internazionale e dai suoi sostenitori.
Recentemente, un’indagine congiunta condotta da Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi ha portato a conclusioni sconcertanti. Analisi sui campioni prelevati dal corpo di Navalny avrebbero rivelato la presenza di epibatidina, una potente neurotossina estratta dalla pelle di rane velenose sudamericane, non presente naturalmente in Russia. Nella dichiarazione congiunta, presentata alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, i cinque Paesi hanno affermato che è “altamente probabile” che la causa della morte sia stata l’avvelenamento, sottolineando che la Russia aveva “i mezzi, il movente e l’opportunità” per somministrare il veleno. La vedova, Yulia Navalnaya, che ha promesso di continuare la lotta del marito, ha parlato di prove “scientificamente dimostrate” del suo assassinio.
Reazioni globali: un fronte unito contro il Cremlino
La morte di Navalny ha compattato il fronte occidentale in una dura condanna del regime di Putin. Oltre a Starmer, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il presidente francese Emmanuel Macron e i vertici dell’Unione Europea hanno tutti puntato il dito contro Mosca, ritenendola direttamente responsabile. L’Alto Rappresentante UE per gli affari esteri, Josep Borrell, ha chiesto un’indagine internazionale indipendente, richiesta prontamente respinta dal Cremlino.
Le reazioni non si sono limitate alle parole. Gli Stati Uniti hanno annunciato un nuovo e significativo pacchetto di sanzioni contro la Russia, e anche il Regno Unito ha sanzionato sei funzionari della colonia penale dove Navalny è morto. Queste misure mirano ad aumentare la pressione economica e politica su Mosca, in un momento già critico a causa del conflitto in Ucraina.
L’eredità di Navalny e il futuro dell’opposizione russa
La scomparsa di Alexei Navalny lascia un vuoto incolmabile nell’opposizione russa, già indebolita da anni di dura repressione. Considerato un “martire politico”, la sua morte priva il movimento di una figura carismatica e unificante. Tuttavia, il suo sacrificio potrebbe anche servire da catalizzatore. La sua vedova, Yulia Navalnaya, ha annunciato di voler raccogliere la sua eredità politica, un gesto che ha ricevuto ampio sostegno internazionale.
L’eredità di Navalny risiede nel suo coraggio, nella sua capacità di smascherare la corruzione del sistema putiniano e nella sua fede incrollabile in una “Russia del futuro” democratica e libera. Ha dimostrato che è possibile sfidare il potere, anche a costo della propria vita, e il suo nome rimarrà un simbolo di speranza per tutti coloro che in Russia e nel mondo si battono per la libertà e la giustizia.
