MOSCA – In una recente intervista all’agenzia di stampa Tass, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha riaffermato con forza la posizione russa sugli eventi che hanno scosso l’Ucraina nel 2014, definendoli un “sanguinoso colpo di Stato” orchestrato dall’Occidente. Parallelamente, il viceministro degli Esteri, Mikhail Galuzin, ha segnalato un significativo irrigidimento della posizione negoziale di Mosca nel conflitto in corso, una novità comunicata durante un incontro internazionale ad Abu Dhabi.
La lettura di Mosca sugli eventi di Maidan
Secondo Dmitry Peskov, gli avvenimenti del 2014 hanno rappresentato un punto di svolta cruciale. “Dopo il 2014, tutto è cambiato”, ha dichiarato, puntando il dito contro l’Occidente. “L’organizzazione di un violento e sanguinoso colpo di Stato in Ucraina da parte dei Paesi occidentali con la partecipazione diretta di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania: tutti hanno preso parte all’organizzazione di questo colpo di Stato e dobbiamo ricordarlo”, ha sottolineato il portavoce presidenziale. Questa interpretazione si riferisce alla cosiddetta “Rivoluzione della Dignità” o Euromaidan, un vasto movimento di protesta che portò alla destituzione dell’allora presidente filorusso Viktor Yanukovich. Le proteste, iniziate nel novembre 2013 in risposta alla decisione di Yanukovich di non firmare un accordo di associazione con l’Unione Europea, culminarono in violenti scontri a Kiev nel febbraio 2014, che portarono alla sua fuga in Russia.
La narrativa del Cremlino, sostenuta fin dall’inizio della crisi, vede le proteste di piazza Maidan non come un’autentica espressione della volontà popolare ucraina, ma come un’operazione eterodiretta dall’esterno con l’obiettivo di insediare a Kiev un governo ostile a Mosca. Questa visione contrasta nettamente con quella occidentale e ucraina, che considera la rivoluzione una legittima reazione popolare contro la corruzione e l’autoritarismo del governo Yanukovich e una scelta a favore di un avvicinamento all’Europa.
Inasprimento della posizione negoziale russa
A gettare un’ombra ulteriore sulle prospettive di una risoluzione diplomatica del conflitto è l’annuncio del viceministro degli Esteri russo, Mikhail Galuzin. In un’altra intervista alla Tass, Galuzin ha confermato che Mosca ha inasprito la sua posizione negoziale, una decisione che sarebbe stata presa in seguito a un presunto attacco di Kiev contro la residenza del presidente Vladimir Putin. “Per quanto riguarda i cambiamenti nella posizione negoziale, posso solo confermare che esistono”, ha affermato Galuzin, pur preferendo non rendere pubblici i dettagli specifici. Ha però precisato che questa “posizione più dura” è stata già comunicata ai partecipanti alla riunione del 4-5 febbraio ad Abu Dhabi, nell’ambito del gruppo di lavoro sulla sicurezza nel formato Russia-USA-Ucraina.
Queste dichiarazioni suggeriscono un possibile irrigidimento delle condizioni poste dal Cremlino per eventuali colloqui di pace. Sebbene i dettagli non siano noti, l’inasprimento della posizione negoziale potrebbe complicare ulteriormente gli sforzi diplomatici in corso, rendendo più difficile il raggiungimento di un compromesso accettabile per entrambe le parti.
Il contesto storico e le implicazioni future
Le parole di Peskov e Galuzin si inseriscono in un contesto di profonda sfiducia e di narrazioni contrapposte che hanno caratterizzato la crisi ucraina sin dal suo inizio. La “Rivoluzione di Maidan” del 2014 è stata seguita dall’annessione della Crimea da parte della Russia e dallo scoppio del conflitto nel Donbass tra le forze ucraine e i separatisti filorussi. Questi eventi hanno segnato una rottura insanabile nelle relazioni tra la Russia e l’Occidente, portando a sanzioni economiche e a un clima da nuova Guerra Fredda.
La riproposizione della tesi del “colpo di Stato orchestrato” da parte del Cremlino serve a legittimare, agli occhi dell’opinione pubblica interna e internazionale, le azioni militari intraprese dalla Russia. Allo stesso tempo, l’annuncio di una posizione negoziale più rigida potrebbe essere una mossa tattica per aumentare la pressione su Kiev e i suoi alleati occidentali, o riflettere un reale pessimismo sulla possibilità di una soluzione negoziata a breve termine. Le prossime settimane saranno cruciali per comprendere se queste dichiarazioni rappresentino un’ulteriore escalation retorica o il preludio a una nuova fase del conflitto, caratterizzata da una maggiore intransigenza da parte di Mosca al tavolo delle trattative.
